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    I CAVALLI SELVAGGI DI CORMAC MCCARTHY: LA STATURA DEL PERSONAGGIO

    La fiamma della candela e la sua immagine riflessa nello specchio si contorsero e si raddrizzarono quando entrò nell’ingresso e di nuovo quando chiuse la porta. Si tolse il cappello, avanzò lentamente facendo scricchiolare il pavimento di legno sotto gli stivali e rimase in piedi, vestito di nero, davanti allo specchio scuro nel quale i pallidi gigli si protendevano dall’esile vaso di cristallo. Nel freddo corridoio alle sue spalle, alle pareti rivestite di legno erano appesi i ritratti, incorniciati sottovetro e fiocamente illuminati, di alcuni avi che conosceva solo vagamente. Abbassò lo sguardo sul mozzicone di una candela gocciolante, lasciò l’impronta del pollice nella cera tiepida colata sul ripiano di quercia e guardò quel viso smunto affondato tra le pieghe del raso funebre, i baffi ingialliti e le palpebre sottili come carta. No, non era sonno. Non era affatto sonno.

    Nel racconto di Alessio Cuffaro Cormac McCarthy e la statura del personaggio

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    L’ECONOMIA SENTIMENTALE DI EDOARDO NESI

    “Come tutti, mi son preso anch’io i miei cazzotti, e qualche volta sono andato giù, e ho imparato che a rialzarsi si impara. Da giovani è molto più difficile. C’è anche – io lo sentivo molto – il fascino dell’autocommiserazione, della gloria della sconfitta, a complicare le cose. Si sta giù perché ci garba star giù, perché è più facile dell’invocare la forza di rialzarsi. Invecchiando, questo fascino per fortuna svanisce, ma non diventa più facile rialzarsi. Se ne sente solo più forte l’impulso. E poi dipende dai cazzotti, certo, da quanto sono stati forti.
    Questo libro è nato dall’ascolto, dallo sguardo, e dall’impossibilità di scrivere della pandemia mentre accade. La ricaduta economica del lockdown mi pareva invece molto interessante, e invece di mettermi a pontificare ho deciso di farmela raccontare sia da chi la subiva di più, sia da chi invece ne profittava.
    L’intervista di Percorsi a Edoardo Nesi.

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    L’INCIPIT PERFETTO DI GARCIA MARQUEZ

    «Molti anni dopo, di fronte al plotone di esecuzione, il colonnello Aureliano Buendía si sarebbe ricordato di quel remoto pomeriggio in cui suo padre lo aveva condotto a conoscere il ghiaccio. Macondo era allora un villaggio di venti case di argilla e di canna selvatica costruito sulla riva di un fiume dalle acque diafane che rovinavano per un letto di pietre levigate, bianche ed enormi come uova preistoriche. Il mondo era così recente, che molte cose erano prive di nome, e per citarle bisognava indicarle col dito».

    L’incipit di Cent’anni di solitudine (1967), è considerato tra i più belli e memorabili della letteratura del Novecento. Garcia Màrquez.

    In questo video Alessio Cuffaro racconta la genesi di un capolavoro.

    Alessio Cuffaro è autore de “La distrazione di Dio”, editore presso Autori Riuniti e docente alla Scuola Holden.