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    È ARRIVATA L’ORA DI RISCOPRIRE IL FANTOZZI CHE È IN NOI

    A 50 anni dalla pubblicazione è arrivata l’ora di riscoprire il Fantozzi che è in noi


    Nel 1971 Paolo Villaggio pubblica il suo primo libro, “Fantozzi”. Aveva iniziato a scrivere di questo ‘uomo senza qualità’ nel 1968, quando le piazze gridavano immaginazione al potere, potere al popolo, tutto e subito. Sono gli anni della contestazione, della divisione manichea tra servi e padroni, tra impegno e leggerezza e che finiranno per sporcarsi con qualche piombo di troppo. Pubblicato da Rizzoli, il libro vende un milione di copie e si guadagna 20 ristampe, mentre nel cassetto sta già attendendo il suo turno “Il secondo tragico Fantozzi”. Il resto è storia: dieci film e un nome che è diventato aggettivo, filosofia, sberleffo. Sono passati cinquant’anni da quella prima pubblicazione e il nostro ragioniere è ancora l’archetipo del perennemente umiliato, il tragico eroe che pur conoscendo il proprio destino corre disperatamente verso una catastrofe annunciata. L’eterno sconfitto, vessato dai capi, con amori che non strizzano l’occhio alla perseveranza, con gratificazioni stile Godot che non arriveranno mai.
    Ma siamo proprio convinti che Fantozzi Ugo sia uno sconfitto cronico mentre chi ride delle sue disavventure, anche adesso, sia un figo da invidiare e senza alcun disagio? Non si direbbe. Da una recente ricerca dell’Unicef emerge che un adolescente su sette soffre di un disturbo mentale diagnosticato e che un giovane su 5 (tra i 15 e i 24 anni) ammette di sentirsi depresso e di avere poco interesse per le attività che svolge. Viene da chiedersi quale società stiamo costruendo per le future generazioni. Il presente regala stereotipate pose di superomismo, porzioni di vita idealizzata da vendere al miglior offerente. Il disagio non è mai contemplato, il fisico è un ingranaggio da mortificare con estenuanti sedute di allenamento, gli obiettivi sono tutti a prova di social. Questa ostentata costruzione del personaggio perfetto in realtà non regala grandi vittorie ma nasconde paura, insofferenza e insicurezza patologica.
    Converrebbe forse recuperare il Fantozzi che è in noi, sia pure senza mutandoni ascellari, giacche oscene e baschi vetusti. Sarebbe sufficiente la consapevolezza fantozziana dei propri limiti, delle proprie mediocrità, della voglia di provarci comunque perché, prima o poi, i 92 minuti di applausi arrivano.

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    IL FUTURO PASSA DALLO SPAZIO

    «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire». Chi non ricorda il monologo pronunciato dal replicante di Blade Runner, il capolavoro di Ridley Scott ispirato da “Il cacciatore di androidi” di Philip Dick. Da sempre lo spazio si apre al territorio dell’immaginazione, tra futuri più o meno distopici e altre terre da conquistare.

    In realtà il futuro dello spazio è meno romantico, non parla di stelle cadenti ma di ingenti risorse economiche. Nel Pnrr, all’interno della missione “Digitalizzazione”, ben 1,49 miliardi di euro sono destinati proprio alla Space Economy.

    https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/il-futuro-passa-dallo-spazio/#.YV2pPoJ4pB8.twitter

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    SCUOLA: LA RICREAZIONE È FINITA

    Docenti poco motivati e programmi vecchi, la scuola per gli italiani è ancora inadeguata.
    Le lezioni sono appena iniziate ma è già tempo di scrutini; stavolta però a dare i voti non sono solo i docenti ma anche studenti e genitori.
    Risultato? La scuola conquista un 6 stiracchiato, con poche promozioni e molti ci rivediamo a settembre.
    Dal report “Gli italiani e la scuola” curato l’osservatorio dell’area studi di Legacoop, emerge un quadro per nulla edificante: un campione nazionale di 1000 tra studenti, docenti e genitori con figli in età scolare ha puntato il dito su programmi obsoleti, (52% con punte del 67% tra gli under 30 e del 60% nel Nord Est) tecnologie inadeguate, (50%, 57% sud e isole), classi sovraffollate (39%), scarsa motivazione dei docenti (50%).
    Incapace di fornire competenze adeguate al mercato del lavoro e con differenze marcate tra le diverse aree del paese (per il 59% degli intervistati le scuole sono migliori al nord, 92% nord est, 82% Nord Ovest)
    la scuola italiana per gli intervistati è poco green (per il 77% inadeguata) e con competenze digitali quasi inesistenti (78% di giudizi negativi)
    Pessime notizie anche sul fronte dell’edilizia scolastica, che non entusiasma gli intervistati.
    Secondo un report realizzato lo scorso anno della Fondazione Agnelli l’età media degli edifici scolastici è di 52 anni, due scuole su tre sono state costruite prima del 1976. Servirebbero quindi scuole più sicure, sostenibili, innovative, digitalizzate.
    La campanella è suonata da tempo ma le riforme non sono ancora entrate.
    Da dove ripartire? Per molti esperti di pedagogia le scuole dovrebbero adottare la didattica sulle “quattro C”: critica, comunicazione, collaborazione e creatività.
    Nelle “21 lezioni per il XXI secolo” Harari sostiene che le scuole “dovrebbero ridurre le conoscenze tecniche specifiche e sviluppare le abilità utili alla vita in generale. La più importante delle quali sarà la capacità di gestire il cambiamento, di imparare nuove cose, e di mantenere il controllo in situazioni di emergenza. Per rimanere al passo con il mondo del 2050, avrete bisogno non solo di inventarvi nuove idee e prodotti – avrete soprattutto bisogno di reinventare continuamente voi stessi.”
    La frase ricorrente dei docenti “il ragazzo è intelligente ma non si applica” questa volta può essere rigirata alla scuola, con una sola certezza: la ricreazione non è neanche cominciata

    Articolo uscito su La Ragione

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    CASA BALLA

    Il 18 luglio del 1871 nasce a Torino il figlio di una sarta e di un chimico industriale, si chiama Giacomo e rivoluzionerà l’arte italiana.
    Rimarrà orfano di padre a nove anni, dimostra immediatamente una spiccata propensione per l’arte, inizia dalla musica, prende un violino, la musica è bella ma non c’è strepito, non c’è furia, la passione è fugace e passa alla pittura.
    Inizia alla società promotrice di Belle Arti a Torino, qui conosce uno scrittore, si chiama Edmondo De Amicis e regalerà alla letteratura italiana un romanzo universale, il libro cuore.
    Abbandona Torino, parte con la madre per trasferirsi a Roma, città che non abbandonerà mai.
    Il futurismo è ancora lontano, il giovane Balla inizia a separare i colori, i suoi quadri sono punti punti o linee che interagiscono, l’effetto ottimo è stimolante, la corrente è quella del divisionismo, ne diverrà uno dei promotori insieme a Boccioni e Sironi.
    Nell’arte nulla è definitivo, certezze non esistono, chi non è in grado di prendersi poeticamente a calci nel culo, a sputarsi in faccia continuamente è bene che prenda altre strade, perché quelle della creatività sono inibite.
    Tutto è da rifondare, tra arte e vita non c’è più distinzione, è rumore, vibrazione, sono oggetti che si fondono, che riprendono forma, è sinestesia, estetica.
    Siamo nel 1915 e Giacomo Balla e Fortunato Depero scrivono un testo avanguardista, si chiama Ricostruzione Futurista dell’universo e segnerà per sempre la vita di Balla.
    Mette tutte le sue opere figurative all’asta e inizia a firmarsi FuturBalla

    Anche le case non sono banali abitazioni ma strumenti di lavoro, pagine vergini da contaminare, da far esplodere in cromie dai confini indefiniti.
    Quella di Balla si trova in un signorile quartiere di Roma, Della Vittoria.
    Al civico 39 B di Via Oslavia, c’è un edificio anonimo, non appariscente,
    ci entra nel 1929 insieme alla moglie Elisa Marcucci e le due figlie Luce ed Elica. Attaccata alla porta c’è una targa in metallo “Casa Balla”, varcata la porta si entra in un meraviglioso laboratorio di sperimentazione.
    Spazi bianchi non esistono, è tutto un gioco di colori, di oggetti che prendono forma, di stanze di rumore che gridano forte che nulla può essere rinchiuso.
    Per celebrare i 150 anni dalla nascita del pittore futurista il MAXXI apre per la prima volta le porte di un meraviglioso laboratorio di sperimentazione.
    Chiusa negli anni Novanta, è stata dichiarata di interesse culturale nel 2004, dopo vari interventi di restauro, dell’istituto centrale per il restauro e successivamente della Soprintendenza speciale di Roma, in collaborazione con la Banca d’Italia e gli eredi.
    Grazie a un lavoro di ricognizione, studio e messa in sicurezza dei beni curato dal MAXII è stato finalmente possibile aprire le porte al pubblico.
    Chi passa per Roma potrà immergersi, fino al 21 novembre, nel labirinto creativo dell’artista.

    Articolo uscito sulla Ragione del 17 agosto

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    IL POSTO DELLE CASE

    Probabilmente viviamo due vite (tanto per citare il bellissimo libro di Emanuele Trevi che ha vinto l’ultima edizione dello Strega) quella esposta, rappresentata, edulcorata e quella che si chiude nelle case che abbiamo calpestato.
    Frammenti che rimangono nella testa per anni, oggetti che erano fondamentali prima e dopo non lo sono più.
    È quello che ci siamo lasciati alle spalle, quello che forse arriverà domani.
    Per rimanere all’ultima edizione dello Strega è “Il Libro delle case”
    Nel suo libro Andrea Bajani narra la storia di un uomo raccontata attraverso le case in cui ha vissuto, un catasto esistenziale fatto di frammenti di angoli, di finestre, paesaggi.
    Un gioco della memoria, la voglia di re-incontrare il bambino di un tempo, con la possibilità di rubare un po’ di quella felicità.
    Le case segnano la nostra esistenza, è la nostra piccola porzione di mondo, da esporre, a volte in modo ieratico, come il castello neorinascimentale che si fece costruire Alexandre Dumas.
    Sui muri esterni fece scrivere i titoli dei suoi libri, sulla facciata i ritratti degli scrittori che più amava, con il suo ovviamente in posizione dominante.
    Sommerso dai debiti fu costretto a vendere ma questa, citando un altro scrittore, “è un’altra storia”
    Case rifugio, come quella di Samuel Beckett che fece costruire intorno alla sua villetta un muro di cinta per non essere disturbato da fotografi e vicini curiosi.
    Case anelate per anni, come la Torre di Chia che stregò Pasolini durante le riprese del “Vangelo secondo Matteo”
    Qui trascorse i suoi ultimi anni, qui scrisse una parte di “Petrolio” e molte delle sue “Lettere Luterane”
    Gli dedicò anche una poesia “Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti, / che io vorrei essere scrittore di musica, / vivere con degli strumenti/ dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare/ nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto/ sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta/ innocenza di querce, colli, acque e botri, / e lì comporre musica/ l’unica azione espressiva/ forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà.
    Case che segnano una generazione, come la casa/prigione di Moro, o quelle scelte per andare a morire, tipo la casa romana di Keats.
    Nei mesi trascorsi nella casa di Piazza di Spagna non scrisse neanche un verso, la tubercolosi lo stava uccidendo.
    Case adornate da tanti piccoli oggetti feticcio, come la piccolissima scrivania di Balzac, la poltrona tanto amata da Mallarmé, i sontuosi tappeti di Dickens o il famoso bagno in marmo verde di Malaparte a Capri.

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    DIO È MORTO, MARX È MORTO E ANCHE GLI INTELLETTUALI NON SI SENTONO MOLTO BENE

    Andate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti, cantava Guccini in Cirano.
    Distrutte dal politicamente corretto, ridotte a compassate manifestazioni di dissenso, bruciate dalla schizofrenia social le polemiche ontologicamente stimolanti sono come i vecchi vinili da rispolverare ogni tanto per vedere l’effetto che fa.
    Non serve l’effetto nostalgia del Pasolini di Valle Giulia, non basta nemmeno togliere un po’ di polvere al Deleuze de “La fine degli intellettuali” perché il dibattito pubblico è anestetizzato da anni.
    Sarà che bruciamo polemiche in 140 caratteri, sarà forse, come sostiene Bauman, che tutto si trasforma in merce, ma l’unico dato certo è che il prodotto è drammaticamente scadente.
    Tutto viene progressivamente depotenziato, la famosa canzone dei Clash “London Calling “si è trasformata da paradigma di una rivolta generazionale a inno dei giochi olimpici di Londra del 2012.
    Orfani dei tanti intellettuali che hanno contaminato generazioni ci rimangono gli avanguardisti della domenica, gli insolenti da salotto, gli urlatori a gettone, la funzione dell’intellettuale di sciasciana memoria “Uno che esercita nella società civile la funzione di capire i fatti, di interpretarli, di coglierne le implicazioni anche remote e di scorgerne le conseguenze possibili. La funzione, insomma, che l’intelligenza, unita a una somma di conoscenze e mossa – principalmente e insopportabilmente dall’amore alla verità, gli consentono di svolgere” versa da anni in stato comatoso.
    La figura del guastafeste, dell’intelligenza critica nel post ideologico è stata progressivamente istituzionalizzata, non serve più, ci si accontenta di pseudo esperti e presunti geni del marketing.
    Servono nuovi impenitenti polemisti, ieratici dissidenti, giocosi rompicoglioni.
    Sarà forse arrivato il momento di tirare fuori gli intellettuali dalla caverna, ovviamente se non sono morti nel trovare la via d’uscita.
    Articolo uscito su La Ragione di oggi

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    ATLANTE CALVINO

    Scrivere, diceva Calvino,” è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto.”
    Depurato dalle consunte citazioni sulla leggerezza che plana sulle cose dall’alto, senza lascare macigni sul cuore, Calvino è autore tanto affascinante quanto complesso da decifrare.
    Calvino non pretendeva di capire la complessità del mondo, si accontentava di misurarla, con la mente aperta e con la consapevolezza che la narrazione deve aprire il meraviglioso territorio delle possibilità.
    Tutto il mondo di #Calvino in un atlante.
    Su La Ragione
    In edicola a 0,50, gratis online

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    IL POTERE DEL SILENZIO

    Su ” La Ragione” di oggi, 0,50 in edicola, gratis su www.laragione.eu

    Ricordiamo spesso le nostre urla ma sappiamo pochissimo dei nostri silenzi. Sono passati 11 anni da “The artist is present”, la performance presentata nel 2010 al Moma di New York da Marina Abramovic. In una sedia al centro di una grande stanza c’è una donna con i capelli raccolti in una treccia appoggiata alla spalla sinistra, il corpo è leggermente piegato in avanti, lo sguardo è fisso. Di fronte a lei si alternano i visitatori, che si siedono per due minuti ciascuno. Alla fine saranno più di 1.400. La scena si ripete sei giorni a settimana, sette ore al giorno per un totale di 736 ore di sguardi, rigorosamente in silenzio.
    Un giorno dalla fila degli spettatori esce un vecchio signore tedesco con la barba. Si chiama Ulay, è un artista anche abbastanza famoso e non vede Marina Abramovic da 23 anni. I due si conoscono, molto bene. Per oltre 11 anni hanno condiviso performance e sporcato d’amore le strade d’Europa. L’addio si è consumato nel 1988, senza urla inutili. Si erano separati con un’ultima spettacolare performance dal titolo “The lovers: the great wall walk”. Avevano deciso di percorrere l’intera muraglia cinese partendo dagli estremi opposti, distanti oltre 2000 km: otto mesi di preparativi e tre di viaggio per incontrarsi al centro e dirsi addio. Adesso Ulay supera le altre persone e si siede davanti a Marina. Lei alza per un momento lo sguardo, la sua espressione cambia, il pianto avanza, i ricordi superano la piccola sedia al centro della stanza. Due minuti eterni. Ulay morirà nel 2020 a Lubiana all’età di 76 anni.
    Da 4’33’’(la composizione in cui John Cage dà istruzione all’esecutore di non suonare nulla per tutta la durata del bravo) alla passeggiata di Walser, dalle fantasticherie solitarie di Rousseau al giovane Holden, il silenzio è una continua ricerca dell’inafferrabile bellezza delle cose. Oltre 4 miliardi di persone utilizzano i social ogni mese, cinguettano 500 milioni di tweet ogni giorno, consumano il 15% del loro tempo su piattaforme social. Forse a molti di loro converrebbe fermarsi ogni tanto. In fondo, come disse il Benigni ne “La voce della luna” di Fellini, «credo che se ci fosse un po’ più di silenzio, se tutti facessimo un po’ di silenzio, forse qualcosa potremmo capire».

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    PROIETTI:UN GRANDE ATTORE CHE NON PIACEVA AGLI INTELLETTUALI

    In una lettera indirizzata ai propri compagni Majakovskij scrisse “mi spetterebbe un monumento da vivo!”

    Un monumento da vivo che avrebbe meritato anche Gigi Proietti, non servono i tanti applausi senza rumore, i panegirici studiati a favore di telecamera, le lacrime interpretate con le giuste pause, i retorici maestro, genio, riempiti da sbadigli compiacenti.

    Se esiste qualcosa oltre il sipario sarà possibile vedere il sorriso ironico di Proietti verso quei tanti finti intellettuali che in pubblico citano sempre Sartre, Camus e Marcel Proust anche se non hanno mai letto una riga, quelli che si aggirano con aria stralunata e annoiata, quelli che definivano Proietti solo un buon barzellettiere.

    Dimenticato dal cinema, poco coccolato dal teatro istituzionale e dalla critica colta.

    In Italia esiste una categoria più pericolosa dei serial Killer, negli anni ha prodotto più morti di noia che vittime la mafia, studiano, si documentano, si infilano nei discorsi con un tempismo degno dei venditori di fazzoletti ai semafori: sono i cineasti, quelli che il film è bello solo se dura almeno 5 ore, se lo stile è quello di “Blue” di Derek Jarman, 3 ore di un unico fotogramma di colore blu in cui l’artista divenuto cieco e malato di AIDS parla della sua vita e della sua attività artistica.

    Quelli del “ se è in lingua originale senza sottotitoli è un gran film, se poi è in Ceceno è un capolavoro, se è rimasto nelle sale solo 24 ore, se parla di stupri, decapitazioni, genocidi, se è muto e in bianco e nero è per definizione un capolavoro anche se per 3 ore c’è un solo attore che ti rutta in faccia.
    Un cineasta che si rispetti  non abbandona mai la poltrona, il superficiale si ferma al massimo al montaggio, lui no, rimane attaccato alla poltrona come Siddharta in attesa del Nirvana, se ti permetti di insultarlo con un banale ” permesso ” ti fulmina perché trucco e parrucco non può perderlo, nel 90% dei casi ha dormito durante il film ma le luci erano spente, i vicini distratti e quei leggeri movimenti della testa possono tranquillamente essere scambiati per un gesto di disapprovazione nei confronti del regista. Si narrano allegre leggende di grandi esperti che entrati alle 15,30 sono stati ripresi con la forza verso mezzanotte.

    Quando gli chiedi del film ti guarda, sorride, poi approfitta di un tuo momento di distrazione e parte il capolavoro, recupera film degli anni 40, partono le comparazioni con i film post-guerra e quando gli chiedi la trama del film tira fuori astruse teorie filosofiche, anche se il film era Pierino contro Tutti.

    Sono convinto che il buon Proietti avrebbe chiuso il discorso con la sua citazione colta “Nun me rompe er ca..”

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    L’ITALIA HA CHIUSO LE SCUOLE

    Aspettiamo i DPCM con l’enfasi, il timore, la passione di un ultimo doloroso incontro d’amore.

    Nonostante i cancelli aperti le scuole in Italia sono chiuse da decenni.

    Chiusure strutturali, organizzative, in alcuni casi addirittura ontologiche.

    Secondo i dati Eurostat l’Italia investe nell’istruzione il 7,9% della spesa totale, ultima in graduatoria fra gli stati dell’Unione Europea.

    Nelle sue lezioni Harari afferma che oltre alle informazioni “la maggior parte delle scuole privilegia l’insegnamento di alcune specifiche conoscenze come il calcolo delle equazioni differenziali, la scrittura di programmi informatici in C++, l’identificazione di componenti chimici in una provetta o la conversazione in cinese.
    Tuttavia, poiché non abbiamo alcuna idea di come saranno il mondo e il mercato del lavoro nel 2050, non sappiamo davvero quali particolari abilità si renderanno necessarie.
    Potremmo investire sforzi significativi nell’insegnare ai bambini a scrivere i programmi in C++ o a parlare in cinese, giusto in tempo per scoprire che entro il 2050 l’IA può programmare software molto meglio di noi, e una nuova app Google Translate ci consentirà di tenere una disinvolta conversazione in mandarino, cantonese o hakka, anche se sappiamo dire soltanto “Ni hao”.
    Dunque che cosa dovremmo insegnare? Molti esperti di pedagogia ritengono che le scuole dovrebbero impostare la didattica sulle “quattro C”: critica, comunicazione, collaborazione e creatività.
    Più in generale le scuole dovrebbero ridurre le conoscenze tecniche specifiche e sviluppare le abilità utili alla vita in generale. La più importante delle quali sarà la capacità di gestire il cambiamento, di imparare nuove cose, e di mantenere il controllo in situazioni di emergenza. Per rimanere al passo con il mondo del 2050, avrete bisogno non solo di inventarvi nuove idee e prodotti – avrete soprattutto bisogno di reinventare continuamente voi stessi.”

    Il problema è supere il passaggio Montaliano del “ciò che non siamo, ciò che non vogliamo” ma serve tempo, non bastano le parole cariche di retorica, risultano flebili le proteste di qualche soffice salotto televisivo. Perché la scuola, dice giustamente Galimberti, non educa, nelle migliori delle ipotesi istruisce, pure male.