• STORIE

    REGALI DI NATALE FANTASIOSI

    Il teologo francese Henri De Lubac scrisse che la vita «è sempre trionfo dell’improbabile e miracolo dell’imprevisto». Ogni anno a Natale vengono spedite milioni di lettere ad alto tasso glicemico: c’è chi si accontenta della rituale lista delle buone intenzioni e chi invece su quel foglio inventa mondi fantastici. Come J. R. R. Tolkien, che per oltre vent’anni ogni 25 dicembre fece arrivare direttamente dal Polo Nord una busta ai suoi quattro figli John, Michael, Christopher e Priscilla. All’interno dei bellissimi disegni con inchiostri colorati e una firma prestigiosa, quella di Babbo Natale. Orsi bianchi, renne, lune che si rompono in mille pezzi, goblin che combattono guerre appassionate, elfi, animali parlanti e gnomi rossi: un meraviglioso universo inventato il 22 dicembre del 1920 per il primogenito John. Da semplici bigliettini, le lettere si trasformeranno negli anni in autentici racconti, fino al 1943, con l’ultima lettera indirizzata all’ultima figlia, la quattordicenne Priscilla.
    Se proprio non si riesce a sviluppare la fantasia del geniale autore de “Il Signore degli Anelli” si può sempre puntare sulla generosità. Nel 1949 Harper Lee si trasferì a New York per inseguire il suo sogno di diventare una grande scrittrice. Per diversi anni la vita le regalò invece soltanto malinconia: la famiglia era lontana, il lavoro drammaticamente deludente e il sogno della scrittura un Eden ancora tutto da conquistare. La mattina di Natale del 1956 i suoi amici le fecero però trovare sotto l’albero un regalo in grado di cambiarle la vita: l’equivalente di un anno di stipendio, che le avrebbe consentito finalmente di scrivere senza ansie e distrazioni. Potrà così concepire il capolavoro “Il buio oltre la siepe”: 30 milioni di copie vendute e un Premio Pulitzer. In fondo, come disse Benjamin Disraeli, due volte primo ministro del Regno Unito, «il regalo più grande che puoi fare a un altro non è condividere le tue ricchezze, ma fargli scoprire le sue».

    Articolo uscito su La Ragione

  • STORIE

    STIAMO CRESCENDO UNA GENERAZIONE DI RIMBAMBITI

    Iperprotetti, coccolati, paralizzati di fronte ai problemi
    Stiamo crescendo una generazione di rimbambiti
    Su La Ragione del 9 settembre

    Col pretesto di preservarli a tutti i costi, stiamo togliendo ai nostri figli la capacità di smarrirsi, di farsi male, di sperimentare, di mettersi in gioco

    Holden Caulfield è il figlio sedicenne di una benestante famiglia americana. Non sopporta l’ipocrisia, ha una fottutissima paura di diventare grande, regole ed etichette sono le paure da cui scappare. Il Natale è vicino, la scuola un moltiplicatore di noia, i compagni non troppo stimolanti. Viene espulso, prepara le valigie, scappa a New York e cerca di capire dove vadano le anatre quando il gela il laghetto del Central Park. Intanto i genitori ignorano che il figlio vaga in giro per la città alla ricerca di un tetto.
    Del libro sappiamo tutto e questa non è una recensione letteraria, il problema è che con il registro elettronico oggi il nostro giovane Holden sarebbe ancora chiuso nella sua stanzetta. Probabilmente non sarebbe stato neanche espulso perché grazie al controllo dei genitori avrebbe superato tutti gli esami. Sarà forse vero che gli esami non finiscono mai, ma vediamo file interminabili di genitori gridare al mondo gli eccellenti voti dei figli. No, niente fraintendimenti: non è orgoglio genitoriale, è che i voti sono i loro. Si aggirano ogni giorno come carcerieri tra problemi di matematica e sintesi di storia, neanche l’ora d’aria è concessa perché è una drammatica e puerile concessione alle cose da finire. Passano le notti a studiare i programmi universitari, anche se i figli hanno appena perso il primo dentino. Sui loro telefonini troneggiano decine di app per vedere dove vadano i figli anche quando il percorso più lungo è quello che passa tra la stanza e il bagno.
    Non ce ne rendiamo conto, ma con il perverso tentativo di preservare i nostri figli dalle più o meno sensate insidie gli stiamo togliendo la capacità di smarrirsi, di farsi male, di sperimentare, di mettersi in gioco. In sostanza stiamo crescendo una generazione di rimbambiti con la pelle liscia, il corpo senza cicatrici. Inibita ogni possibilità di fallimento – che si tratti di prove da superare o semplicemente di giochi in cui misurare la propria audacia – siamo sempre loro accanto, sempre pronti a tirarli su, con il prosaico «Non ti preoccupare» in modalità loop. Critichiamo loro passività da social network ma gli stiamo costruendo un “Truman Show” in cui tutto sembra corretto, gli diamo le chiavi ma il percorso lo studiamo nei minimi dettagli. Niente umiliazioni, eluso qualsiasi tipo di angoscia. Rigorosissimi quando devono fermare una lentissima altalena e pronti a perdonare ogni tipo di nefandezza, ho visto genitori entrare in analisi per un «No!» gridato in un momento di leggerezza.
    In questa meravigliosa vita programmata la noia non è contemplata; responsabilità, frustrazioni, ostacoli, mortificazioni sono stati d’animo da vedere in un documentario con un bel pacco di popcorn accanto. «Ho fallito, non importa, riproverò, fallirò meglio» scriveva Samuel Beckett. Niente panico, anche stavolta il fallimento sarà controllato. Dai genitori.

  • STORIE

    CARMELO BENE: UN ARTISTA DA FESTIVAL

    Idolatrato, amato fino al parossismo, criticato, dannatamente compreso, inutilmente interpretato. Del suo teatro hanno scritto grandi filosofi come Deleuze e Klossowski. Per un breve periodo, tra il 1968 e il 1973, sperimenta anche il cinema. Il tentativo è quello di sottrarlo dalla dittatura del racconto: quello di Bene è insomma un cinema negato, vissuto con la furia dell’iconoclasta, con la consapevolezza che sarà solo una piccola parantesi del suo percorso artistico. In “Vita di Carmelo Bene”, l’autobiografia scritta con Giancarlo Dotto, spiega di essere arrivato al cinema «dal detestar qualcosa. Per poi demolirla».
    Nel 1968 sbarca al lido con Lydia Mancinelli e una pletora di amici; dormono all’Hotel Excelsior, sporcano di vino le strade della laguna e svegliano i camerieri alle tre di notte per un piatto di vongole. Il film che presenta è “Nostra signora dei turchi”, un’opera dichiaratamente anti ‘68, in dispregio «non solo a quel maggio italo-gallico, ma a tutti i maggi social mondani della storia». Mentre il cinema di quel tempo chiedeva l’impegno, lui si concentra esclusivamente sulla forma. Tratto dall’omonimo romanzo scritto da Bene nel 1966, ripercorre la vicenda della strage, a opera dei turchi, degli 800 martiri di Otranto che rifiutarono di convertirsi all’Islam. Nel film passato e presente si fondono, l’invasione dei turchi si mescola con quella dei turisti durante la stagione estiva. Carmelo Bene è la voce narrante-delirante, una voce fuori campo che attraversa tutto il film, prende le sembianze di uno dei martiri e ne descrive i tormenti. È la morte, raccontata da un vivo.
    Definitolo più volte la somma insignificante di tutti i fallimenti del Novecento, a suo giudizio il cinema è tutto da de-strutturare, un’immagine da demolire attraverso un montaggio convulso, luci esasperate e azioni che non sono mai progressive. Non riconoscendogli la capacità di raccontare storie, il tentativo (ambizioso) è quello di creare musica per gli occhi. Vincerà il Leone D’argento – Premio speciale della giuria, ex aequo con “Le Socrate” di Robert Lapoujade.
    Non pago della sbornia dei festival, l’anno successivo porta “Capricci” a Cannes. Già dal sottotitolo “È un bell’attentato a tutto ciò che d’istituzionale, ricattatorio c’è nel visivo” si percepisce la sua voglia di dichiarare guerra al cinema convenzionale. La pellicola verrà apprezzata dal poeta Jacques Prèvert e descrive due storie parallele: quella di una giovane donna che cerca di assassinare l’anziano marito e quella di un uomo che cerca il suicidio provocando incidenti d’auto. Nel 1972 torna al Festival non competitivo di Venezia con “Salomè”, trasposizione cinematografica della sua opera teatrale. È il film più ricco di Carmelo Bene: costato 150 milioni di lire viene accolto benissimo dai suoi estimatori Arbasino, De Chirico, Moravia, Flaiano; meno dal pubblico: insulti, sputi, violenze, per sedare il pubblico deve intervenire l’esercito.
    Il percorso cinematografico di Carmelo Bene si chiude nel 1973 con “Un Amleto di meno” ispirato più da “Amleto, ovvero le conseguenze della pietà filiale” di Jules Laforgue che da Shakespeare. Presentata al Festival di Cannes, la pellicola propone un Amleto coloratissimo, un artista che non comprende ciò che gli viene chiesto dalla storia, un Amleto scarnificato, che viene letteralmente tolto di scena. Dopo questo film il grande artista salentino abbandonerà il cinema. E non si può dire che sia stato un ‘Bene’.
    Articolo uscito Su La Ragione del 3 settembre.

  • STORIE

    JR PRESENTA A ROMA Il DOCUMENTARIO ISPIRATO ALLA SUA OPERA

    Vedere ciò che è inaccessibile allo sguardo, dopo la facciata squarciata di Palazzo Strozzi a Firenze JR torna a “ferire” le facciate.
    Stavolta è quella di Palazzo Farnese a Roma.
    Un grande crepa sul muro riproduce il vestibolo a tre navate e la statua di Ercole Farnese.
    Inserito nel 2008 dal Time tra le persone più influenti del pianeta, il nemmeno quarantenne photograffeur parigino è diventato in pochi anni una celebratissima icona social.
    Il suo vero nome è Jeane Renè e le iniziali sono un omaggio al personaggio principale delle serie americana Dallas.
    Con “Ritratto di una generazione” mette sulle facciate dei palazzi del quartiere Les Bosquets i volti giganti dei ragazzi delle periferie parigine, le immagini sono illegali e potentissime, il municipio si rende immediatamente conto del potere evocativo dei ritratti e le espone sui propri edifici.
    Arriveranno altri ritratti, tutti giganti.
    Ad essere rappresentati saranno i volti di Israeliani e Palestinesi, gli sguardi delle donne delle favelas brasiliane, foto di vite sconnesse, traballanti.
    Un mondo da mostrare e riprodurre in tutta la sua ferocia, immagini iconiche in grado di trasmettere frammenti di bellezza e sofferenza.
    Immagini spiazzanti che turbano scuotono il flusso compassato della nostra coscienza.
    Per chi volesse vedere il grande artista parigino, staserà sarà proiettato
    presso il parco della Cervelletta, “Paper&Glue” il documentario girato da Kassovitz sul suo lavoro.
    Presentato in anteprima mondale a giugno al Tribeca Film Festival ripercorre tutte le tappe dell’artista, dai primi lavori illegali fino a quello ancora in corso nella prigione di massima di Tehachapi, in California.
    Saranno presenti i due artisti.
    Da non perdere.
    https://www.romatoday.it/eventi/prima-europea-di-paper-glue-al-parco-della-cervelletta.html

  • STORIE

    LA PAURA DI VOLARE DI WALLACE

    David Foster Wallace non era mai stato in Italia, e solo una volta in Europa. Si spostava raramente dalla California, e il motivo era molto semplice: aveva paura di volare. Questo fino a quel  giugno 2006, quando  aveva accettato, attratto dal mito dell’isola azzurra, ma anche per l’opera di persuasione fatta da Jonathan Franzen, a sua volta ospite, di partecipare alle “Conversazioni”, un festival letterario ideato da Antonio Monda, a Capri.
    Foster Wallace e Franzen erano grandi amici , ma anche rivali: l’affetto e la stima reciproca erano autentici, la rivalità tra i due era esclusivamente di carattere culturale.

    Foster Wallace era di una timidezza sorprendente: la sua apparenza da grande orso americano, con barba incolta, tatuaggi e bandana veniva sistematicamente smentita subito da una signorilità e una semplicità assolutamente disarmanti. Era un uomo profondamente umile e autenticamente curioso.
    Non  c´era nulla che lo rendesse più felice di apprendere qualcosa di nuovo e, con spirito intimamente e intelligentemente americano, riteneva che non ci fosse alcuna differenza tra la cultura considerata “alta” e quella popolare. Aveva idee chiare anche sullo sport. Riteneva che il motivo per cui il calcio non avesse mai attecchito negli Stati Uniti non era dovuto al fatto che esistessero già troppi sport molto popolari, ma alla difficoltà, per la mentalità americana, di accettare una disciplina che potesse produrre dopo una gara combattuta uno zero a zero. Era sinceramente lusingato per i complimenti relativi ai suoi libri, e quando ne parlava dava l´impressione che non fossero ancora completi, e che avrebbe potuto lavorarci per migliorarli.
    Adorava il tennis, era la sua grande passione, e aveva smesso di giocare quando si era reso conto che il suo pur notevole talento non gli avrebbe consentito di competere ai massimi livelli. Sentirlo parlare o scrivere dello sport che amava era assolutamente ipnotico: il servizio di McEnroe o il rovescio di Federer diventavano l´occasione per riflessioni illuminanti sulla bellezza, l’armonia e la genialità. Era quello che cercava dolorosamente ogni giorno nell´esistenza, questo fino a farsi travolgere dall´angoscia, quando non trovava le risposte che cercava. Ha lasciato libri meravigliosi, il ricordo struggente di una profondità di affetto e di pensiero, l´insegnamento che c´è una fondamentale differenza tra essere seri e seriosi, umili e modesti, leggeri e superficiali.

    Di Alessandro Musco

  • RACCONTI,  STORIE

    Hemingway e Nanda a Cortina

    Natale 1948, Cortina. Mary, l’ ultima moglie di Hemingway, nella prima metà di dicembre aveva affittato la Villa Aprile, delizioso chalet, ai bordi della città. In quella casa Hemingway aveva invitato a passare qualche settimana Fernanda Pivano, Nanda. Hemingway si alzava prestissimo e girava in costume molto succinto lasciando la porta della sua camera spalancata e sul comodino i due fiaschi di Valpolicella che gli tenevano compagnia durante la notte. Portava già una visiera con la quale si difendeva dalle luci fortissime che usava per leggere la notte e ogni tanto si fermava alla minuscola macchina da scrivere portatile e scriveva brevi messaggi girando il nastro sul rosso. I messaggi scritti in rosso erano “privati”, rivolti agli ospiti o a Mary, le frasi scritte in blu potevano essere inserite nel libro in corso.
    Quando la porta della camera di Hemingway era aperta voleva dire che “lui” stava riposando dal lavoro: il lavoro iniziava alle cinque del mattino e durava fino alle undici, quando cominciava la processione dei visitatori e l’incantesimo finiva.
    La mattina, prima che arrivassero i visitatori, c’era la cerimonia della posta, che arrivava sempre a mucchi. Quella italiana la dava a Nanda e si faceva spiegare chi erano gli autori delle lettere, poi rispondevano insieme: un privilegio incredibile per la giovane Nanda, come quello di farla stare seduta al suo tavolo mentre lavorava. Gli piaceva molto ricevere e scrivere lettere. Nei giorni di Natale ne era arrivata una datata “Varese 22 dicembre 1948”, sei pagine scritte a mano, di Elio Vittorini, in cui Vittorini gli augurava Buon Natale, gli chiedeva se poteva andarlo a trovare il 1° gennaio “perché in Italia pensiamo che quello che facciamo il primo dell’anno lo facciamo tutto l’anno, così ognuno fa, quel giorno, quello che si augura di riuscire a fare tutto l’anno”.
    Vittorini non era venuto al primo dell’anno. Hemingway aveva voluto andare a visitare Fossalta per rivedere i luoghi dove era stato ferito. Naturalmente quando era arrivato a Fossalta era rimasto deluso perché tutto era cambiato: il villaggio era stato ricostruito, le rive del fiume erano coperte di erba, il fiume era pieno di giunchi. Cercava il punto dove era stato ferito. Quando ha creduto di averlo trovato aveva scavato una minuscola fossa con un temperino e vi aveva seppellito un biglietto da mille lire per restituire la pensione di guerra che aveva ricevuto fino allora.
    Gli piaceva girare in macchina fra le montagne, sulla sua Buick celeste con qualche bottiglia di Gordon Gin nel bagagliaio e Mary sepolta sotto le coperte sul sedile posteriore della macchina aperta in un freddo eroico. Dal Passo delle Tre Cime di Lavaredo poi per Dobbiaco e Brunico; a tavola si parlava di Stendhal, di Maupassant e di Flaubert. Poi di nuovo in viaggio, verso la Val Badia e Corvara, per tornare a Cortina. Il suo aspetto era splendido, il sorriso pronto, ricco di tracce di quella che era stata in gioventù una delle sue più forti armi di seduzione, i capelli folti erano appena un tantino brizzolati, la voce, sempre sommessa, pareva instancabilmente sul punto di confidare segreti inaccessibili “agli altri”, spesso in quella “lingua franca”, mischione di americano, francese, spagnolo e tedesco.
    Del futuro disastro era impossibile immaginare qualche segno. Eppure nel pieno com’era del successo e della popolarità, mentre i titoli dei giornali proclamavano la sua fama di scrittore più importante del mondo, calavano ogni tanto sul suo viso quelle ombre, quelle nuvole di disperazione che gli piegavano le labbra e gli facevano sbarrare gli occhi.
    Il giorno di Natale era venuto a tavola sobrio, come era sempre nelle ore di lavoro prima che i visitatori lo costringessero ai brindisi di Martini. Parlava con quel suo sarcasmo spietato, più tagliente di qualsiasi lama, col sorriso un po’ piegato da una parte come usava nell’immagine macho della sua giovinezza, e riusciva a non deludere nessuno della folla che come sempre si radunava intorno a lui dovunque andasse, un po’ per la sua celebrità da stella del cinema un po’ per la sua pazienza verso chiunque cercasse di avvicinarlo. Non c’era albero di Natale, quel giorno, non c’erano in giro anglosassoni libri celebrativi, non c’era il gioco dell’oca pomeridiano.
    Il Natale era lui, Hemingway, come era lui a diventare il centro della realtà in qualunque luogo e in qualunque circostanza si trovasse.
    Quel Natale 1948 è stato il Natale di Hemingway e basta. E di Nanda. E Nanda gli aveva insegnato una canzone, che era solito canticchiare nei momenti di serenità: “Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono: porto i capelli neri, neri come el carbon”.

    L’aveva cantata anche quella sera, era il 1 Luglio 1961. Il giorno dopo finì tutto

    DI Alessandro Musco

  • LIBRI,  STORIE

    LA GIACCA DI AMMANITI


    Qualche tempo dopo che Niccolò Ammaniti aveva pubblicato Branchie per un piccolo editore molto coraggioso (Ediesse), venne invitato a Milano dal capo della Mondadori, Gian Arturo Ferrari. C’era aria di talento e a Segrate se ne erano accorti. Ammaniti partì da Roma in treno, ma prima accettò il consiglio di farsi prestare la giacca buona dal cugino, la scelta della cravatta venne risolta dopo una diatriba con gli amici: non la metterà. Lo scrittore era così agitato che per lo stress si addormentò a metà tragitto, nel sonno gli rubarono il portafoglio. L’ arrivo a Milano fu traumatico, Ammaniti si ritrovò in stazione senza una lira e per arrivare in casa editrice fu costretto a chiamare direttamente Gian Arturo Ferrari. È qui che la storia editoriale dell’autore di Ti prendo e ti porto via si mette in moto, con questo primo incontro travagliato e con un suggerimento che gli viene dato quel giorno, quando Ammaniti confida di avere nel cassetto dei racconti. «Meglio un romanzo, il momento è delicato». È la risposta di Ferrari, ignaro di aver suggerito il titolo di una futura opera a un narratore che nel frattempo venderà qualche milione di copie. Il momento è delicato, sedici racconti, il manifesto che conserva le due sostanze letterarie dello scrittore romano. La prima è un tumulto, qualcuno l’ ha definita la parte «cannibale» per la tendenza a usare soluzioni sanguinolente nelle storie che costruisce, un sangue che spesso fa ridere e insieme lascia l’amaro in bocca. La seconda è una vena più poetica, universale, comunque dura, Io non ho paura è il paradigma di questa dimensione, sono storie di fragilità che diventano consapevoli e di passaggi esistenziali senza sconti. Qui il lettore non ride, sta fermo. Perché sa di essere colpito, buttato dentro a una storia emotiva che può essere sua.
    C’è un dettaglio che rivela molto dei libri di Ammaniti e si mimetizza nell’aneddoto del suo incontro con il capo della Mondadori (è nella prefazione de Il momento è delicato). Prima di partire da Roma per Milano, lo scrittore decide di cedere alla giacca. Ma non alla cravatta. «Esistevano due scuole di pensiero; quella con la cravatta, per dare l’impressione di essere una persona seria, e quella senza, per dare l’impressione di essere un artista. Alla fine, l’importanza era che gli facessi impressione. Decisi di andare senza». Niccolò Ammaniti è questo, la rinuncia all’addobbo. La sottrazione dell’ornamento. La tecnica del bassorilievo.

    DI ALESSANDRO MUSCO


  • STORIE

    SAMPA: L’INCONTRO TRA PANNELLA E MUCCIOLI

    La mattina del 26 gennaio 1995 Marco Pannella e Vincenzo Muccioli sanno di averla fatta grossa e ne sono contenti.

    A San Patrignano sta per avere inizio il quinto congresso del Coordinamento radicale antiproibizionista e già i giornali raccontano dello “storico incontro” tra il diavolo e l’acqua santa.

    Campioni riconosciuti delle tesi più radicalmente opposte in materia di droghe, i due hanno infatti alle spalle vent’anni di furibonde polemiche.

    Con la sua decisione a sorpresa, Muccioli rompe l’isolamento seguito alla sua clamorosa condanna per favoreggiamento nell’uccisione – dentro la porcilaia della comunità – del giovane Roberto Maranzano. Dal canto loro i dirigenti del Cora sanno bene come un confronto a viso aperto nella tana del lupo possa garantire loro l’attenzione dei media. La sinistra decide di boicottare l’evento: accusa i radicali di essere passati a destra, svendendo l’antiproibizionismo in cambio di un’alleanza con Silvio Berlusconi.

    Dal palco – alle sue spalle campeggia la scritta “Antimafia, Antiproibizionismo” – Pannella reagisce contro «questi bacchettoni e collitorti, veri parassiti dell’antiproibizionismo», mentre per Muccioli si tratta di «personaggi senza spessore, che si alimentano attraverso la demonizzazione dell’avversario».
    Per quattro giorni, terminato il pranzo, radicali e ospiti della comunità si mischiano così nel piazzale antistante il grande refettorio. È durante questa comune ‘ora d’aria’ che scoprono di non essere tanto diversi, abituati gli uni e gli altri a convivere con una forte personalità carismatica come pure a scandire con il medesimo rigore monacale i diversi momenti delle loro attività. Che gli antiproibizionisti non siano dei pazzi irresponsabili se ne accorge lo stesso Muccioli che, seduto in fondo alla sala con alcuni suoi ragazzi, assiste a diverse fasi del dibattito congressuale. Colpisce l’attenzione con la quale segue le relazioni di operatori e studiosi sulle politiche sociali e sanitarie di riduzione del danno, sulla legalizzazione dei derivati della cannabis e sulle esperienze europee di somministrazione controllata di eroina da parte dello Stato. I lavori terminano con un dibattito tra lui e Pannella. Il leader radicale polemizza con le critiche a entrambi scagliate da don Benzi («Se i magistrati indagassero sulla sua comunità con la stessa insistenza usata per San Patrignano ne scoprirebbero delle belle») e da don Mazzi («Questo cappellano del consumismo che mentre noi siamo qui a discutere se ne sta a Domenica In, tra ballerine e pubblicità»). Muccioli si dichiara soddisfatto dell’incontro con gli antiproibizionisti («Le mie idee rimangono le stesse ma abbiamo trovato dei punti di contatto») e rispedisce al mittente le scomuniche dei due preti: «Non servono a niente e sono nettamente in contrasto con l’umiltà, la disponibilità a dialogo e al rispetto degli altri di cui hanno bisogno i ragazzi». Insomma, tra i due nasce vera amicizia e una sorta di alleanza politica. All’indomani del suicidio di un tossicomane nel carcere di Padova, firmeranno addirittura un comunicato stampa congiunto: «Protestiamo contro questo nuovo lutto, questa nuova prova dell’insostenibilità dell’attuale comportamento delle istituzioni e della società italiana. Il posto dei tossicodipendenti non può essere il carcere. Leggi e giurisprudenza non possono più secondare, o tollerare, tale infamia». Da San Patrignano non giungono più gli anatemi di un tempo neppure quando ad agosto il leader radicale e altri cinque dirigenti del partito si fanno arrestare per aver distribuito marijuana davanti al mercato romano di Porta Portese. Antonio Schiavon, uno dei più stretti collaboratori di Muccioli, dichiara anzi che «a Pannella va riconosciuta l’onestà intellettuale. Da vent’anni è convinto di certe tesi, che non sono però le nostre». In quelle stesse ore si sta consumando la lunga agonia del fondatore di San Patrignano. Il 19 settembre Pannella piangerà così la scomparsa dell’amico: «Il suo è stato un cammino da pioniere, segnato quindi da errori e ingenuità, ma nel nostro essere avversari avevamo un nemico comune: gli indifferenti. A costo di tragedie anche personali ha creato una comunità straordinaria. Ci lascia ormai divenuto leader di tolleranza, di democrazia, di generosità per tutti. Con ri-conoscenza e amore diciamo che da oggi, se ci si accetta, saremo di San Patrignano anche noi, così come Muccioli ci ha accolti, invitati, compresi e rispettati».

    Di Vittorio Pezzuto- Il Riformista, 6 maggio 2005

    Di sicuro c’è solo che è morta: l’intervista con Vittorio Pezzuto

  • STORIE

    L’INCONTRO TRA CHEEVER E CARVER

    John Cheever impiegò settant’anni e qualche settimana per abbattere la sua maledizione, sentirsi solo da sempre.

    Ci riuscì, qualche giorno prima di morire. In una vita promessa alla scrittura, alle percezioni sottili, all’alcol, nel momento del grande addio il Cechov americano poté dove non aveva mai potuto: scrollarsi di dosso il senso eterno di solitudine.

    L’aveva esorcizzato facendosi una famiglia, mettendo al mondo dei figli, portandosi a casa un Pulitzer, ma soprattutto attaccandosi alla bottiglia. C’è un episodio emblematico che si compie quando accetta di tenere una lezione a un corso di scrittura dell’Università dell’Iowa.

    È già famoso, il suo arrivo è atteso. Specialmente da un altro collega che lì insegna da tempo, Raymond Carver. Sono tutti e due alcolisti e quando Cheever non si presenta Carver intuisce. Va a cercarlo nel residence dove alloggia. Nota che la porta è socchiusa, bussa e aspetta. Una voce roca chiede chi è, poi gli dice di entrare.  Carver ubbidisce, non vede nessuno a parte due bottiglie di vodka sul comodino. Sono piene. Cheever è sotto il letto e lo invita a fargli compagnia. Proprio da lì, difesi da un materasso, avrebbero potuto sfuggire alle tentazioni di alzare il gomito. Carver ci sta. Rimarranno a parlare per un’ora senza bere un goccio.

    È bello immaginarli discutere di come si fa un racconto e di come non si riesce a farlo. Di come sono stati capaci di tirar su una famiglia senza il becco di un quattrino. Di come stavano, proprio in quel momento, fregando la solitudine.

    Di Alessandro Musco

  • STORIE

    MARADONA: È MORTO UN POETA

    Il calcio, nelle sue espressioni migliori non è gioco, è immediato svanire che supera l’azione.

    È il tempo eterno di chi il tempo lo spezza, lo travalica, lo ammanta di poesia.

    Non sono i dribbling non riusciti sulla cocaina, non sono le rivoluzioni che non hanno superato le barriere, non è l’eccesso, non sono le grida orgiastiche degli stadi, non è, non sarà mai quello che è stato, non basta il ricordo, perché i capolavori si vivono sono nell’atto, non si possono raccontare, descrivere.

    Resta qualche flebile immagine di quella porzione di tempo chiamata magia.

    La vita è composta di atti unici ed eventi ripetibili.

    Maradona era, sarà sempre un meraviglioso atto unico.

    LE FRASI:

    I rigori li sbaglia solo chi ha il coraggio di tirarli.

    Se stessi con un vestito bianco a un matrimonio e arrivasse un pallone infangato, lo stopperei di petto senza pensarci.

    Non si può essere fenomeni tutti i giorni dell’anno. Anche Maradona non sempre giocava da Maradona.

    Ho due sogni: il primo è giocare un Mondiale, il secondo è vincerlo – Tengo dos sueños: jugar una copa del mundo y ganarla.
    (Giugno 1978)

    Il calcio inglese non mi piace. E poi io voglio allenarmi solo il pomeriggio.
    (27 maggio, 1984)

    Mi stanno uccidendo, non possono più tenermi in questa incertezza. Il Barcellona deve decidere prima possibile se tenermi ancora oppure no. Ormai mi sembra quasi tutto fatto, tra l’altro l’offerta del Napoli non può che essere considerata ottima.
    (Barcellona, 6 giugno 1984)

    Voglio diventare l’idolo dei ragazzi poveri di Napoli, perché loro sono come ero io a Buenos Aires.
    (5 luglio 1984, alla presentazione ufficiale allo stadio San Paolo davanti a 70000 spettatori)

    Sì, ho litigato col Papa. Ci ho litigato perché sono stato in Vaticano, e ho visto i tetti d’oro, e dopo ho sentito il Papa dire che la Chiesa si preoccupava dei bambini poveri. Allora venditi il tetto amigo, fai qualcosa!.
    (09 novembre 1985, dopo aver assistito in Vaticano alla Messa di Giovanni Paolo II)

    In campo non ci si batte con le armi, bensì col pallone. E comunque no, non so parlare in inglese, ma anche se lo conoscessi non lo parlerei.
    (22 giugno 1986, Città del Messico, prima della sfida Mondiale con l’Inghilterra)

    Il primo gol? Un poco con la cabeza de Maradona y un otro poco con la mano de Dios. Il secondo gol una meraviglia? Per favore, la sola meraviglia che conosco è Raquel Welch.
    (24 giugno 1986, Città del Messico, dopo l’incredibile doppietta all’Inghilterra, gol di mano e gol più bello della storia del calcio)

    Non ho toccato io quella palla, è stata la mano di Dio.
    (24 giugno 1986, Città del Messico, dopo l’incredibile doppietta all’Inghilterra, gol di mano e gol più bello della storia del calcio)

    Giocare senza un pubblico è come giocare all’interno di un cimitero.
    (16 settembre 1987, dopo la partita Real Madrid – Napoli a porte chiuse)

    Il più bello dei miei trofei? L’ultimo perché è il più recente.
    (17 maggio 1989, entrando al San Paolo con la Coppa Uefa appena conquistata)

    Bigon ha detto di aver bisogno di undici persone che corressero. Allora gli ho fatto presente che non poteva contare su di me, io non ho mai corso in vita mia.
    (8 marzo 1990, prima di Lecce-Napoli spiegando la sua esclusione)