• RACCONTI

    L’incredibile storia di Vivian Maier

    C’è chi cerca disperatamente di moltiplicare il proprio ego e chi lo ritrae, lo mortificata, lo condivide con qualche intima stanzetta, lontano da tutto, al riparo da qualsiasi forma di vanità.
    In una Chicago anni 50/60 c’è una donna, è alta, non è particolarmente bella e per vivere accudisce i bambini di benestanti famiglie americane, lo farà per quarant’anni.
    Poche concessioni alla mondanità, l’amore è solo qualcosa da leggere su qualche rotocalco, confidenti a cui raccontare le proprie passioni inesistenti,
    è la vita che scorre, di riflesso.
    Appena può esce, cammina, tanto.
    Osserva, scruta, immagina, con la sua inseparabile Rolleiflex 6×6 illumina le ombre dei vicoli miseri delle metropoli americane, ci sono mendicanti, operai, innamorati che passeggiano, bambini.
    È l’emancipazione americana che grida forte di essere rappresentata, è la realtà caotica che cerca un equilibrio, è la cronaca, che nell’apparente semplicità, cristallizza frammenti di vita
    Ogni sera torna a casa e nel buio di un piccolo bagno prende forma l’altra vita, quella che nessuno immagina.
    Cambierà molte famiglie, tanti saranno i viaggi, Asia, Filippine, Europa.
    Una vita allo specchio, da guardare a distanza, senza clamore, una vita di passaggio che le toglie ogni flebile speranza.
    Sarà costretta a vendere tutto, compreso un grande baule con 150.000 negativi.
    Un enorme patrimonio destinato all’oblio.
    Nel 2007 un giovane americano, John Maloof vuole scrivere un libro su Chicago, non trova foto in grado di illustrare la città, entra in una casa d’aste e compra per 380 dollari una grossa scatola di negativi, si chiama “Scatti su Chicago”
    Scansiona e sviluppa tutti i negativi, le foto sono perfette, ombre, simmetrie, miserie e follie, personaggi in cerca d’autore e anonimi passanti, trova anche molti ritratti di una donna riflessa nelle vetrine, negli specchi, nelle finestre.
    Lo sguardo è quasi sempre triste, il volto impenetrabile, rimane incuriosito, vuole sapere tutto di lei, vuole scoprire la sua identità.
    Scopre una povera anziana, che per vivere è stata costretta a vendere tutti gli oggetti di casa, compreso il famoso baule con il suo tesoro nascosto.
    Quella donna si chiamava Vivian Maier, Maloof non riuscì mai a farle sapere che aveva le sue foto e che era disposto a mostrare al mondo i suoi capolavori.
    Vivian Maier muore a Chicago il 21 aprile 2009, all’età di 83 anni!

    Su ” La Ragione” l’incredibile storia di Vivian Maier.

  • RACCONTI

    CULTURA NEL PALLONE


    Dai campetti periferici che alzano terra e illusioni ai grandi prati verdi ammantati di gloria, il calcio rappresenta da sempre una congerie di metafore più meno sensate. Atto e azione direbbe il Carmelo Bene appassionato di questo sport. Il calcio è l’immediato svanire dell’artista, il gesto che si cristallizza nell’eternità, quello che annulla tutto, quello che ci costringe a misurarci con quel che accade. Nulla è concesso alla memoria: è la vita che fugge, che si alimenta di oblio, che ti concede una lunga pausa di godimento estatico. Tonerà dopo, sotto altre forme, drogata di stupore per un risultato inatteso. È la vita afona, quella che non consente sbadigli. Se l’esistenza si può dividere fra atti unici ed eventi ripetibili, il calcio percorre in modo ieratico solo la prima strada. Niente deviazioni, perverso cercare vie d’uscita: bisogna solo aspettare la fine. Dalla canzone di Leopardi “A un vincitore nel pallone” alle cinque poesie dedicategli da Umberto Saba, dai ritratti di Galeano e Montalban fino al gruppo di amici che intrecciano le proprie esistenze di fronte alla finale del mondiale del 1998 nella “Simmetria dei desideri” di Eshkol Nevo, dall’Arsenal di Nick Hornby fino all’ultimo distratto passante di qualche ipotetica città, il calcio è forse l’ultima rappresentazione sacra del nostro tempo, non foss’altro perché tutte le altre appaiono in declino. Dalla “Mano de Dios” di Marco Risi al “Mio amico Eric” di Ken Loach, da “Prima del calcio di rigore” di Wim Wenders a “Ultimo minuto” di Pupi Avati, tanti grandi registi si sono misurati con il calcio ma quasi nessuno assurge al capolavoro perché alle magiche traiettorie di alcune pellicole sfugge quasi sempre quello che non si può rappresentare. “L’uomo in più”, tanto per citare il primo grande film di Sorrentino. È l’osceno dell’etimo, il fuori scena, quello che è solo ora, e vaffanculo a quello che è stato e a quello che forse arriverà domani perché, come disse José Mourinho, «chi dice che il calcio sia solo calcio non capisce nulla di calcio».

    Articolo da La Ragione
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  • RACCONTI

    IL COMMESSO DI MALAMUD

    Quando Bernard Malamud seppe di aver vinto il National Book Award si mise a camminare, entrò in un parco pubblico, si sedette su una panchina, era quasi sera, e ci pensò su. Gli venne in mente la madre. Era morta giovane lasciandolo solo con il padre, un droghiere gentile di Brooklyn senza lamenti e con la devozione per la famiglia. Era il 1959, lui aveva quarantacinque anni, un’ esistenza alle spalle da quasi orfano che gli aveva portato dozzine di mestieri fino al concepimento di un romanzo capolavoro: Il commesso. Lo aveva pubblicato due anni prima, l’effetto che generò fu lo stesso che si produce nelle gare tra ragazzini, quando il più scarso della compagnia compie un’impresa inaspettata. E produce sgomento. L’intero mondo letterario seppe che la grande potenza di Malamud covava nella semplicità, e nell’onestà. nello sguardo e nella la scrittura, nell’audacia di restare nella modestia degli uomini. Il commesso è questo, racconta la storia di Morris Bober, un piccolo negoziante ebreo che si trova in difficoltà perché nella stessa via hanno aperto un’altra drogheria e un negozio di liquori. Gli affari calano, la miseria arriva. Crescono le opportunità di farla franca in altri modi. Morris non cede, si arrocca nella sua rettitudine e si consuma nello sforzo. Finché un ragazzo di origine italiana, Frank Alpine, si offre di aiutarlo senza compenso per imparare il lavoro sul campo. Morris tentenna, poi accetta perché la salute inizia a mancargli e perché vuole assicurare un accenno di futuro alla figlia e alla moglie. È la scelta che avvia la missione di ogni personaggio.

    Così il misero negoziante di Brooklyn afferra il coraggio ancora una volta. Accetta l’aiuto del commesso, duella con la concorrenza, con la crisi nera, con i malanni e con un Dio scorbutico che non ha mai fatto girare la ruota dalla parte giusta. Va avanti e a un certo punto sembra riuscire nell’impresa, poi la beffa si consuma: il commesso ruba. Inganna Morris. Arraffa un paio di dollari dall’incasso impietoso e poco importa se li rimette in cassa dopo qualche giorno per il rimorso. Il commesso è questo, il manifesto di una vita inclinata e di una dignità salvata. L’esistenza di Malamud fu migliore di quella dei suoi genitori. Suo padre gli regalò un’intera enciclopedia, come premio per essere sopravvissuto a una feroce polmonite. Era la prima volta che un libro entrava in casa Malamud. Quando il ragazzino si vide davanti la sfilza di volumi capì che il mondo non era solo fatto di merce da vendere, c’era dell’altro che andava esplorato. Lo aiutarono dei buoni insegnanti al liceo e Charlot. Era la vera passione della sua infanzia: i film, e soprattutto Charlie Chaplin. Molto tempo dopo lo scrittore di Brooklyn ammise che il tocco amaro dei suoi libri e la gentilezza della sua prosa veniva proprio da Charlot. Anche il modo di pensare per immagini era in debito con quella bombetta e quel bastone. Continuò a trasmettere il mestiere del narratore finché riuscì,«Si impara da ciò che si insegna, e si impara da quelli a cui si è insegnato», disse in una delle poche interviste. Combatté per tutta la vita con l’incertezza di saper scrivere un libro. Più diventava celebre, maggiore era la sua ansia di non riuscire più a creare una storia. Lo diceva anche ai suoi studenti: «Convivete con l’insicurezza e osate». Lui osò sempre, e ogni volta tornava a trovarlo la maledetta paura. Fu proprio quella, la paura, a condurlo in strada quel pomeriggio di vittoria del National Book Award. A convincerlo a passeggiare oltre le strade conosciute, a metterlo seduto sulla panchina di un parco pubblico. A fargli scansare un pensiero di gloria, a favore della madre e del padre. E a riportarlo a scrivere, per altri venticinque anni, narrazioni formidabili.

    Di Alessandro Musco

  • RACCONTI

    Faulkner o Falkner

    Tutto nasce da un malinteso, da un equivoco, da una “u “ di troppo: un editore distratto storpiò in copertina il nome del futuro Nobel in Faulkner. Appena lo scrittore se ne accorse, non protestò, scelse di mantenere la vocale che l’avrebbe distinto da una famiglia ingombrante, da un passato turbolento, soprattutto da un avvenire che fino allora si annunciava in bilico. Quella «u» inventata di sana pianta farà pari e patta con  il tratto più forte del narratore americano: saper ricreare un’identità.

    Faulkner aveva poco più di vent’anni ed un sogno, scrivere, ma farlo sul serio. Veniva da un’infanzia senza imprevisti e da un’educazione attenta, il padre l’aveva abituato a vedere il mondo con occhio chirurgico, la stessa lama con cui inciderà tutte le sue opere. Usare le parole a tempo pieno era il naturale capolinea per questo ragazzo di New Albany. Ma i conti non tornavano, i conti della vita non erano esatti.

    Il primo guaio erano i soldi: aveva talmente spirito di adattamento che si mise a fare mestieri disparati, tra cui l’insegnante di golf, il fuochista in una centrale elettrica, l’operaio e soprattutto l’assicuratore di studenti che venivano bocciati a scuola, il primo vero “CEPU” è stato lui. I risultati erano scarsi, così tentò la strada militare, ma anche qui non un  granché. Racimolava il tanto che bastava, è in questo periodo che nascono le prime poesie : «sono dell’opinione che in principio ogni scrittore voglia essere poeta» usava ripetere a se stesso. L’istinto faulkneriano ha questa matrice, dare muscoli al sentimento, carbone per le  braci delle sue emozioni.

    Il secondo guaio era l’amore: William Faulkner era un romantico che non si arrendeva agli imprevisti dell’esistenza, figuriamoci a un no in amore.

    Era innamorato di una scultrice, Helen Baird: scrisse per lei un racconto dolcissimo, Mayday, prendendo spunto da un’antica leggenda secondo la quale se un uomo si specchia nell’acqua il primo giorno di maggio vedrà la donna che è destinato a sposare. Helen Baird accettò il manoscritto e rifiutò l’amore di Faulkner.

    E lui si  rimboccò le maniche, ritrovò il midollo e si rimise in piedi, con addosso il  suo ricordo, il ricordo di Helen,  e con le illusioni di un uomo devoto a una donna disinteressata. Ma niente accade per caso. Due anni dopo sposò Estelle, la sua amica d’infanzia.

    Il suo era un amore che aveva il sapore della polvere, dell’acqua del fiume, delle stagioni che si alternavano. In una visita in Italia all’apice della carriera, Faulkner soggiornava in incognita e da solo in un piccolo alberghetto che si affacciava sul lago di Como. Si racconta fosse un uomo taciturno, con l’abitudine di rimanere in camera fino all’ora di pranzo e di fare lunghe passeggiate pomeridiane. Una mattina all’alba il titolare dell’albergo lo trovò oltre la riva, il lago oltre i polpacci. Lo scrittore anticipò ogni domanda, si chinò verso l’acqua per bagnarsi le mani, poi disse: «Mi mancava mia moglie». Estelle, la sua prima ed unica moglie. Dove andarla a cercare se non lì.

    Di Alessandro Musco

  • RACCONTI

    LA STRADA DI Cormac McCarthy

    C’è stato un momento in cui Cormac McCarthy aspettava la paura. Accadeva appena prima della nascita del suo secondo figlio John, quando l’autore di Cavalli Selvaggi vegliava la propria casa in Texas con un fucile. Se qualche giornalista o curioso o bifolco si avvicinava troppo, lui sparava al cielo. È una leggenda, ed è comunque vera.

    Poi suo figlio nacque, crebbe di qualche anno, e McCarthy depose il fucile per mettersi alla scrivania con la sua Olivetti Lettera 32. Aveva capito che il terrore, finalmente, era arrivato. Aveva le sembianze di una storia da raccontare: un padre e un figlio che si difendono in un’era apocalittica. La fragilità di McCarthy cresceva in quel protagonista che doveva garantire la sopravvivenza al suo bambino, salvaguardando la propria. È il ricatto massimo, non morire per proteggere. È l’abisso. McCarthy lo avverte, e quando comincia a insistere sui tasti dell’Olivetti è consapevole che le righe che sta scrivendo saranno per un libro a quattro mani: le sue, il cow-boy settantenne della letteratura, e quelle del suo bambino che cresceva e tornava a rivolgergli una domanda: «Papà, che cosa faresti se io morissi?», ascoltando una sola risposta: «Vorrei morire anch’io».

    Qui, nell’ equazione finale di un genitore, c’è la scintilla che un figlio di otto anni lascia a uno dei massimi scrittori del XX secolo: questa “eredità al contrario” finirà nel libro più popolare del narratore americano, La Strada. Il viaggio che mostrò a Cormac McCarthy cosa restasse da fare alla lettura: sparare. Per difesa, per verità, per preghiera. Non per attesa. Sparare per custodire. Tutto rimane in un rigo del romanzo: “Perché noi portiamo il fuoco”. Lo sussurra il figlio, invocando la pistola che tiene lontani i predatori, ogni volta che ha paura. Ma quella è la paura del padre. Portare il fuoco. L’avvenire.

    Quando il suo libro venne pubblicato, McCarthy se ne fece spedire a casa duecentocinquanta copie che firmò una a una, prima di imbustarle e metterle in soffitta. Sono gli unici esemplari autografi, destinati tutti a suo figlio John. Gli chiesero il perché l’avesse fatto, lui rispose «Perché così potrà venderle e farci un po’ di dollari da spendere a Las Vegas». Alla letteratura resta da fare questo, la possibilità di un lascito. Che è quello che ha sempre fatto: fucili, scatole di fagioli aperte. Portare il fuoco.

    DI Alessandro Musco

  • RACCONTI,  STORIE

    Hemingway e Nanda a Cortina

    Natale 1948, Cortina. Mary, l’ ultima moglie di Hemingway, nella prima metà di dicembre aveva affittato la Villa Aprile, delizioso chalet, ai bordi della città. In quella casa Hemingway aveva invitato a passare qualche settimana Fernanda Pivano, Nanda. Hemingway si alzava prestissimo e girava in costume molto succinto lasciando la porta della sua camera spalancata e sul comodino i due fiaschi di Valpolicella che gli tenevano compagnia durante la notte. Portava già una visiera con la quale si difendeva dalle luci fortissime che usava per leggere la notte e ogni tanto si fermava alla minuscola macchina da scrivere portatile e scriveva brevi messaggi girando il nastro sul rosso. I messaggi scritti in rosso erano “privati”, rivolti agli ospiti o a Mary, le frasi scritte in blu potevano essere inserite nel libro in corso.
    Quando la porta della camera di Hemingway era aperta voleva dire che “lui” stava riposando dal lavoro: il lavoro iniziava alle cinque del mattino e durava fino alle undici, quando cominciava la processione dei visitatori e l’incantesimo finiva.
    La mattina, prima che arrivassero i visitatori, c’era la cerimonia della posta, che arrivava sempre a mucchi. Quella italiana la dava a Nanda e si faceva spiegare chi erano gli autori delle lettere, poi rispondevano insieme: un privilegio incredibile per la giovane Nanda, come quello di farla stare seduta al suo tavolo mentre lavorava. Gli piaceva molto ricevere e scrivere lettere. Nei giorni di Natale ne era arrivata una datata “Varese 22 dicembre 1948”, sei pagine scritte a mano, di Elio Vittorini, in cui Vittorini gli augurava Buon Natale, gli chiedeva se poteva andarlo a trovare il 1° gennaio “perché in Italia pensiamo che quello che facciamo il primo dell’anno lo facciamo tutto l’anno, così ognuno fa, quel giorno, quello che si augura di riuscire a fare tutto l’anno”.
    Vittorini non era venuto al primo dell’anno. Hemingway aveva voluto andare a visitare Fossalta per rivedere i luoghi dove era stato ferito. Naturalmente quando era arrivato a Fossalta era rimasto deluso perché tutto era cambiato: il villaggio era stato ricostruito, le rive del fiume erano coperte di erba, il fiume era pieno di giunchi. Cercava il punto dove era stato ferito. Quando ha creduto di averlo trovato aveva scavato una minuscola fossa con un temperino e vi aveva seppellito un biglietto da mille lire per restituire la pensione di guerra che aveva ricevuto fino allora.
    Gli piaceva girare in macchina fra le montagne, sulla sua Buick celeste con qualche bottiglia di Gordon Gin nel bagagliaio e Mary sepolta sotto le coperte sul sedile posteriore della macchina aperta in un freddo eroico. Dal Passo delle Tre Cime di Lavaredo poi per Dobbiaco e Brunico; a tavola si parlava di Stendhal, di Maupassant e di Flaubert. Poi di nuovo in viaggio, verso la Val Badia e Corvara, per tornare a Cortina. Il suo aspetto era splendido, il sorriso pronto, ricco di tracce di quella che era stata in gioventù una delle sue più forti armi di seduzione, i capelli folti erano appena un tantino brizzolati, la voce, sempre sommessa, pareva instancabilmente sul punto di confidare segreti inaccessibili “agli altri”, spesso in quella “lingua franca”, mischione di americano, francese, spagnolo e tedesco.
    Del futuro disastro era impossibile immaginare qualche segno. Eppure nel pieno com’era del successo e della popolarità, mentre i titoli dei giornali proclamavano la sua fama di scrittore più importante del mondo, calavano ogni tanto sul suo viso quelle ombre, quelle nuvole di disperazione che gli piegavano le labbra e gli facevano sbarrare gli occhi.
    Il giorno di Natale era venuto a tavola sobrio, come era sempre nelle ore di lavoro prima che i visitatori lo costringessero ai brindisi di Martini. Parlava con quel suo sarcasmo spietato, più tagliente di qualsiasi lama, col sorriso un po’ piegato da una parte come usava nell’immagine macho della sua giovinezza, e riusciva a non deludere nessuno della folla che come sempre si radunava intorno a lui dovunque andasse, un po’ per la sua celebrità da stella del cinema un po’ per la sua pazienza verso chiunque cercasse di avvicinarlo. Non c’era albero di Natale, quel giorno, non c’erano in giro anglosassoni libri celebrativi, non c’era il gioco dell’oca pomeridiano.
    Il Natale era lui, Hemingway, come era lui a diventare il centro della realtà in qualunque luogo e in qualunque circostanza si trovasse.
    Quel Natale 1948 è stato il Natale di Hemingway e basta. E di Nanda. E Nanda gli aveva insegnato una canzone, che era solito canticchiare nei momenti di serenità: “Tutti mi chiamano bionda, ma bionda io non sono: porto i capelli neri, neri come el carbon”.

    L’aveva cantata anche quella sera, era il 1 Luglio 1961. Il giorno dopo finì tutto

    DI Alessandro Musco

  • LIBRI,  RACCONTI

    FITZGERALD E CAPRI

    “Odiamo Roma, ci stiamo trasferendo a Capri. Sono indietro coi soldi e devo scrivere tre racconti.” A nemmeno trent’anni, nella suite dell’Hotel Tiberio, con la sua Zelda, Francis Scott Fitzgerald è sull’orlo dell’abisso. Ha mandato l’ultima stesura del Il grande Gatsby al suo editor negli Stati Uniti. Le giornate capresi trascorrono tra alcool, jazz, feste, anche troppe, con gli altri americani sull’isola, Norman Douglas, Somerset Maughan. Fa molto freddo a Capri, vento gelido, è l’inverno del 1925 ed un vento ancora più freddo soffia sul resto d’Italia: la dittatura fascista si è insinuata come malattia mortale nel Paese. Ma se l’Italia, il mondo è un disastro, a Capri non se ne accorge nessuno. E’ sempre stato così, sempre lo sarà. Anche Fitzgerald lo sapeva. Forse per questo, quasi un secolo dopo, con l’inverno della pandemia che bussa alle porte della Piazzetta costringendola a stare muta, vuota, spenta, il rimpianto per gli anni d’oro di Capri ha il sapore di lacrime amare. Amare come quelle di Fitzgerald dopo qualche tempo a Hollywood, quando cercherà di scrivere cose che non gli interessano, nel pieno insuccesso umano e letterario. Capri come Hollywood, forse. Qualcosa di inafferrabile le lega in qualche modo:  sarà il diritto di ogni avventore caprese ad avere una parte da protagonista nel film della sua vita. Il jet set a Capri è sempre stato lo spazio di un’isola intera, non un gruppo elitario. Capri era elitaria, tutta. Pescatori inclusi.  E quando il sogno finisce, le luci si spengono, resta la polvere di stelle con cui i faraglioni sono stati scolpiti, da un dio amante dello champagne. Mai come oggi Capri è stata così affollata di fantasmi passati, presenti. Mai come adesso. E quando dopo sei settimane di lavoro Fitzgerald scrive che ha portato Gatsby alla vita, la prova è portata a termine. E chissà  se in quel finale che fa fermare il respiro ogni volta che lo si legge, lo scrittore stava disegnando le barche che ammirava dalla terrazza dell’Hotel Tiberio. “Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”. Chissà.

    Faraglioni by night, famous giant rocks, Capri island in Italy

    DI Alessandro Musco

  • LIBRI,  RACCONTI

    BALLARD AVEVA CAPITO TUTTO

    Alle sette e mezza del mattino ci sono i bambini, i ragazzini, gli adolescenti che vanno a scuola. Quello che corre, con le sue sneakers dalle morbidissime suole hi-tech, sembra levitare, beato lui; quello già perso nel suo telefono, che alza gli occhi sempre un istante prima di schiantarsi contro un palo, come farà?, mi chiedo ammirato guardando la sua zazzera che salta con lui; quello rotondetto che fatica con il trolley pesantissimo; lei, più piccola del suo zaino, perduta nei suoi occhi chiari che tutti guardano e che lei apposta nasconde; lei in bicicletta, dodici anni e già sicura di sé, dolcezza senza fine, rimpianto inutile e inevitabile in chi guarda la bellezza del futuro. Hanno tutti la mascherina d’ordinanza. Entreranno scaglionati come ladruncoli avviati nelle stanze delle autorità. Si siederanno su banchi singoli, dentro scatole di plexiglas i più fortunati. Gli altri dovranno tenere la mascherina tutto il giorno. Ingoio un cappuccio di soia e ci ripenso. I nostri figli, a scuola, non possono incontrarsi. Non possono toccarsi, fare a botte, accarezzarsi. Dovranno aspettare. Una primavera seduti a casa davanti al computer; un’ estate che è sembrata una parentesi con dentro solo punteggiatura e non invece quella sciocca promessa che tutti ricordiamo. Nelle classi ci si lamenta di una loro certa indocilità durante le lezioni; disturbano, sono a volte aggressivi, sono molto diversi da prima. Si lamentano delle regole, le regole invisibili per il nemico invisibile. Sono regole impossibili da sentire proprie, che è poi l’unica via per sopravvivere, alle regole, anche e soprattutto inconsapevolmente. Si ribellano al divieto di giocare a pallone fabbricandosi delle palle di carta e scotch – proprio come facevamo noi, quando il pallone era vietato, sempre. Non capiscono perché devono andare in bagno non quando gli scappa ma quando si può; perché alla macchinetta degli snack non ci si va all’intervallo ma durante le lezioni, perché anche abituarsi a nuovi e strani diritti non è facile. Quelli dell’altra sezione non li incontri all’intervallo; non puoi azzuffarti, scoprirti piano piano, aprirti verso l’altro. Solo all’uscita li vedi raggrupparsi illegalmente, abbassare le mascherine e starsi addosso come a liberare un bisogno troppo a lungo trattenuto. Ma sono pochi minuti, si deve tornare a casa. I genitori sono preoccupati, una generazione di genitori preoccupati e figuriamoci ora, col Covid, subito a casa! Ci abbiamo pensato davvero a cosa sono chiamati i nostri figli? Io a mio figlio non dico di stare più tranquillo, gli dico, anche se non ce n’è bisogno, di usare tutta l’energia che ha quando riesce, di stare attento a non ubbidire troppo, di dirmi (beata ingenuità, mia) se c’è qualcosa che non va. No, va sempre bene per loro e in questo sono commoventi. Ma forse non sanno cosa stanno perdendo. Noi forse un po’ sì. O per lo meno dovremmo porci la domanda. Qual è il costo psicologico di questa nuova normalità? E invece, spesso se non sempre, siamo semplicemente risucchiati dalle regole, nel pio desiderio di addomesticare, attraverso la loro enorme complessità, la paura che ci affligge. Ci hanno dato un sacco di regole e poche chiavi per capirle. Un po’ come in tutto il resto, dunque un minimo dovremmo essere preparati. E invece. Il rapporto con le regole è un elemento fondamentale della crescita e della formazione dell’identità. Le regole vanno comprese, sentite, introiettate. Ma come facciamo a spiegargliele, queste? Non si vedono le bombe, non si vede la sofferenza, non è rappresentabile. Ciò che vedono è la difesa, mascherine, guanti, gel, plexiglas. E come possiamo insegnare loro a comprendere le regole, e una volta comprese giudicarle e una volta giudicate sentirsi in grado di metterle in discussione, di cambiarle? Arriva tutto dall’alto, eppure ci vedono giustamente come loro pari i bambini, in nulla più forti di loro, anzi più deboli perché è per proteggere noi che li abbiamo privati della libertà, è per proteggere noi che si trovano costretti a vivere questa semi-cattività da cucciolo di specie in via di estinzione. E l’esperienza ci dice che un cucciolo cresciuto in cattività non sarà attrezzato al meglio una volta libero. Il freno, non vedono che il freno. Al volante non c’è nessuno. Perché lo stesso freno lo vedono e subiscono anche gli insegnanti. Sono tutti allo stesso livello. L’inevitabile effetto collaterale del vederci come loro pari, se non ancora più indifesi di loro, è un problema; perché non ti ribelli, non saprai ribellarti a un’autorità che non riconosci, ma che tuttavia c’è. Gli mancherà un pezzetto a questi figli nostri e non potremo darglielo noi. Noi dovremmo essere l’altro. E siamo lo stesso, invece. E mi viene in mente un romanzo di Ballard, penso che probabilmente alleveremo una generazione di bimbi ubbidienti che con nonchalance, come in quel capolavoro intitolato appunto Un gioco da bambini, finiranno per eliminarci per gioco. Oso sperare che non lo faranno fisicamente come avviene nella novella dello scrittore inglese, nella quale una microsocietà perfetta e ricca, segregata dal mondo, sanificata, cresce figli tanto noiosamente docili e felici di ubbidire da renderli folli. Come scrive quasi in chiusura romanzo: «Si sentivano imprigionati per sempre in un universo perfetto. In una società totalmente sana, l’unica libertà è la follia». Percepivano insomma un senso dove un senso non c’era, ma sola vuota osservanza e disciplina, fino a quando boom! hanno capito tutto. Ballard, fine anni Ottanta. Aveva capito tutto.

    Di Alessandro Musco

  • RACCONTI

    NATALE IN CASA MUSCO

    Quando penso a Eduardo, mi tornano in mente tutte le vigilie di Natale passate a giocare a tombola, mangiare i vermicelli con le vongole e ad aspettare la mezzanotte, con tanto di processione e di “ninnillo” della casa incaricato di portare il bambinello nella culla del presepe.

    Vengo travolto da una serie di immagini e voci e ricordi e odori e colori… Era il mio Natale in casa Cupiello, messo in scena ogni anno per almeno quindici anni, tutti riuniti a casa di parenti vicini, era la tradizione di Eduardo che si rinnovava. Eduardo con la U, alla napoletana, perché era napoletano nella profondità della sua natura cruda e severa.

    Era napoletano nella sua casa di Posillipo, era napoletano nella sua isola di Isca, di fronte a Nerano. Era napoletano anche quando andò a Taormina Arte a pronunciare il suo testamento, un discorso che mi fece stringere di dolore quando disse che «…il teatro è gelo!»; pensai a quanto dolore avesse sofferto nella vita quell’uomo con le fosse nelle guance scavate. Sul palco di Taormina implorò, commosso, affetto per il figlio Luca, attore timido e schivo, in dote un affetto incondizionato.

    Eduardo morì pochi giorni dopo la serata di Taormina. Era il 1984. A Napoli si spense la luce. La diceria del suo essere cattivo, il gelo che trasmetteva in teatro ai suoi attori era il suo modo di amare la vita, e la sua vita era il teatro. Qualche anno prima qualcuno ricorda tra le sedie del Teatro Tenda di Roma un giovanissimo e già amatissimo Massimo Troisi, lo ricordano seduto di fronte al «direttore», in silenzio, con i gomiti sulle ginocchia e i pugni a sorreggere il mento, in ascolto.

    L’allievo che stava imparando dal maestro.E poi il litigio insanabile con suo fratello Peppino, quel buffetto, riscoperto dopo tanti anni, da fratello maggiore a fratello minore pieno di dolcezza, senza guardarsi negli occhi, come solo i fratelli sanno fare, un affetto enorme e perduto, tutto quel riso e quel pianto separati per sempre.

    E tutte le volte come oggi, ogni vigilia di Natale, che mi riguardo la famiglia Cupiello, tutte le sante volte che guardo questa commedia, è come se guardassi ogni volta le radici del teatro umoristico, la parte più amara, la parte più drammatica della comicità, quella che diverte ma fa anche riflettere. E in tutte le sue commedie, ma più di tutte in questa, ritrovo il difficile rapporto tra marito e moglie, genitori e figli: di questo Eduardo ha fatto spettacolo, ha portato la vita sul palcoscenico, partendo spesso da un paragone, “la donna sposa l’uomo sperando che cambi, e invece l’uomo non cambia, l’uomo sposa la donna sperando che non cambi e invece la donna cambia!”.

    Guardarlo, riguardarlo, fa venire voglia di sedersi ancora in platea, aspettando col cuore in gola che si apra il sipario per lasciare uscire tutto quel genio che non c’è più.

    DI ALESSANDRO MUSCO

  • RACCONTI

    START UP DI SUCCESSO

    Come costruire una Start Up di success0

    Lo Startupper  è un creativo, il classico che ti guarda annoiato e ti risponde, “ ma secondo te posso perdere tempo a mettere a posto, con tutte le Start Up che devo realizzare”, tutte le mattine partiva con il tour dei tanti forse, dovrei, posso scrivere a, e scriveva, scriveva,  ininterrottamente.

    Aveva negli anni perfezionato un archivio da far vergognare la Nasa, controllava in modo autistico ogni cosa, tutto era diviso per categorie, mail, numeri, funzioni, promozioni, fortunatamente non credeva nella psicoanalisi perché altrimenti avrebbe dilapidato ¾ del suo patrimonio.

    Era sposato con la moglie da 8 anni, quando si conobbero era il classico tipo che riusciva ad affascinare le donne con il minimo sforzo, era atletico, ironico e con una facondia da intellettuale parigino.

    Per la moglie fu colpo di fulmine, l’unico vero grande amore della sua vita. 

    La conquistò con una frase, una sola, niente discorsi, dichiarazioni, citazione dotte, bastò una sillaba, un secondo.

    Nel tempo di quella frase rimase solo una sfumatura, un ricordo sbiadito da tirare fuori nei momenti di depressione, fedele alla causa della “speranza è l’ultima a morire, ma quanto soffre” cercava di mitigare la sua sofferenza ripescando nell’archivio dei suoi successi.

    I SUCCESSI

    Di successi ne aveva conquistati tanti secondo lui ma erano tutti non riconosciuti, il suo era un mero problema temporale, asseriva di aver inventato tutto e che questo tutto gli era stato fregato.

    Rideva, rideva sempre, i suoi amici non avevano ancora capito se dietro la sua espressione si nascondeva una precoce forma di demenza senile o se era semplicemente una paresi.

    Nel dubbio quando lo vedevano per il rituale appuntamento solo uomini lo salutavano sempre con “ che hai inventato oggi?”

    Non beveva neanche tanto perché se è vero l’ubriachezza è una felicità a tempo determinato allora non ne valeva la pena, al precariato dei momenti da conservare preferiva delle lunghe consulenze in immaginazione e andava avanti, fiero e consapevole che prima o poi il mondo avrebbe riconosciuto il suo genio, e che cazzo ripeteva sempre, si sveglieranno prima o poi.

    UNA VALIGIA SEMPRE PRONTA

    Da più di 10 anni aveva una valigia pronta per l’altrove perché il suo paese non lo meritava, “fossi nato in America, oggi piscerei in testa all’universo”, ma quella valigia non l’aveva ancora aperta e quando gli capitava di leggere degli articoli con “ svelato il mistero della fede “ urlava sempre “ ottimo così finalmente capiremo come è entrato in parlamento quel coglione”, perché il suo paese aveva tante carenza ma i coglioni proprio non mancavano, basterebbe tassare i coglioni per risolvere il problema del debito pubblico, altro che ricette da economisti falliti.

    Ringraziava sempre il fatto di non essere nato in Cina perché per portare a termine il suo concetto del  “ siamo in troppi “ avrebbe impiegato molto  meno tempo e nell’attesa poteva tranquillamente ruttare in faccia al prossimo il suo risentimento.

    Nessuna azienda aveva ancora riconosciuto il suo talento? pazienza, rimaneva l’impegno politico.
    Troppo povero per essere comunista fu costretto a iscriversi al PD, una volta fu pure invitato a parlare in una direzione locale, volevano sentire le opinioni della società civile, così dissero. 
    Salì sul palco, piccolo goccio d’acqua perché la voce è fondamentale, e via con i 5 minuti di celebrità.  
    “Il PD non è un partito, è una categoria dello spirito, un divertentissimo gioco di società. Meglio di Candy Crush, più divertente di Ruzzle.
    È come Dio, dicono che esiste ma nessuno l’ha mai visto, quando la tensione scende, trovi sempre il Civati di turno che spara qualche cazzata e ravviva la giornata.
    Le sedi del partito non vedono un cristiano dal 1989? Che importa, ci sono più giaguari da smacchiare nella politica italiana che animali allo zoo comunale. Fedeli al motto che sbagliando si impara, sbagliano, sbagliano, sbagliano.
    E aspettando Godot, collezionano figure di merda”

    GLI APPLAUSI
    Applausi pochi, ma quante coccole per il suo ego.

    La sua sfortuna, ripeteva sempre, era che non solo era nato in quella che definiva l’eta di mezzo ma pure in un paese di merda.

    Per età di mezzo intendeva quella del passaggio dalla rituale frase “ hai un blog?” a quella drammatica perversione dello spirito “ ma come, uno geniale come te non ha fondato neanche una start up?”START UP

    Già la start up, puoi essere figo, intelligente, al limite pure simpatico ma se non hai fondato almeno una start up non vali un cazzo, che poi non è importante neanche il successo, magari non la conosce neanche tua madre, magari quando cerchi di metterla su Apple e Android al posto dell’Iban ti esce la frase “ancora che ce provi? E bastaaa” ma non conta nulla perché quando ti trovi a cena e scatta la domanda americana ma tu che fai? No, proprio non puoi permetterti di rispondere che fai l’Avvocato, il giornalista perché tanto non ti hanno riconosciuto, la tua carriera sociale è già compromessa, con la start up no, perché hai il lusso supremo del tempo, lo vedono che sei un nerd ma non possono dirtelo perché se tra 10 anni di trasformi in Zuckerberg che succede?

    Basta osservare il veloce declino del blogger, invitato alle feste, coccolato dai media, un vero animale sociale. Lo riconoscevi subito perché entrata verso mezzogiorno al bar di quartiere con quel sorrisetto stile “ ma allora non hai capito che faccio io” e mentre leggeva il giornale continuava a chiedersi “ dai che prima o poi mi diranno che faccio nella vita, me lo devono dire, lo sento che me lo vogliono chiedere” beh sfortunatamente tra 4 milioni di giornali consumati e tanto silenzio è passata pure l’età di mezzo e dopo l’ennesimo giornale finalmente la domanda è arrivata ma era una più pragmatica “ ao’ ma  che te serve un lavoro”

    LAVORO? C’HO IL BLOG

    L’altra entità metafisica è lo sviluppatore che poi è solo uno startupper immaturo che ha ricevuto però dal destino  la grande fortuna di parlare con maturi imbecilli che hanno letto la nuvola del Corriere della Sera solo perché You Porn si era bloccato ma si sentivano comunque in grado di progettare una grande, innovativa start up.

    Lo sviluppatore è come il meccanico, risponde sempre con una sola frase, non c’è problema, gli puoi parlare di termodinamica, scissione dell’atomo o di un social che vuole commercializzare la merde dei cani e lui comunque ti risponde “non c’è problema”, i preventivi poi variano dai 2 ai 200 mila euro, tanto non ne esci perché al minimo appunto tirano fuori delle cose assurde tipo frame work laravel, Django, nodeJS mysql e quando gli chiede mi fai vedere qualche lavoro? Niente devi contattare chi l’ha visto perché spariscono con la velocità di un centometrista.

    Comunque è scientificamente provato che nella fascia tra 20/35 anni esistono più start up che promesse politiche.

    Dati Start up in Italia:

    https://www.mise.gov.it/index.php/it/198-notizie-stampa/2041017-startup-innovative-tutti-i-dati-al-31-marzo-2020