• LIBRI,  RACCONTI

    FITZGERALD E CAPRI

    “Odiamo Roma, ci stiamo trasferendo a Capri. Sono indietro coi soldi e devo scrivere tre racconti.” A nemmeno trent’anni, nella suite dell’Hotel Tiberio, con la sua Zelda, Francis Scott Fitzgerald è sull’orlo dell’abisso. Ha mandato l’ultima stesura del Il grande Gatsby al suo editor negli Stati Uniti. Le giornate capresi trascorrono tra alcool, jazz, feste, anche troppe, con gli altri americani sull’isola, Norman Douglas, Somerset Maughan. Fa molto freddo a Capri, vento gelido, è l’inverno del 1925 ed un vento ancora più freddo soffia sul resto d’Italia: la dittatura fascista si è insinuata come malattia mortale nel Paese. Ma se l’Italia, il mondo è un disastro, a Capri non se ne accorge nessuno. E’ sempre stato così, sempre lo sarà. Anche Fitzgerald lo sapeva. Forse per questo, quasi un secolo dopo, con l’inverno della pandemia che bussa alle porte della Piazzetta costringendola a stare muta, vuota, spenta, il rimpianto per gli anni d’oro di Capri ha il sapore di lacrime amare. Amare come quelle di Fitzgerald dopo qualche tempo a Hollywood, quando cercherà di scrivere cose che non gli interessano, nel pieno insuccesso umano e letterario. Capri come Hollywood, forse. Qualcosa di inafferrabile le lega in qualche modo:  sarà il diritto di ogni avventore caprese ad avere una parte da protagonista nel film della sua vita. Il jet set a Capri è sempre stato lo spazio di un’isola intera, non un gruppo elitario. Capri era elitaria, tutta. Pescatori inclusi.  E quando il sogno finisce, le luci si spengono, resta la polvere di stelle con cui i faraglioni sono stati scolpiti, da un dio amante dello champagne. Mai come oggi Capri è stata così affollata di fantasmi passati, presenti. Mai come adesso. E quando dopo sei settimane di lavoro Fitzgerald scrive che ha portato Gatsby alla vita, la prova è portata a termine. E chissà  se in quel finale che fa fermare il respiro ogni volta che lo si legge, lo scrittore stava disegnando le barche che ammirava dalla terrazza dell’Hotel Tiberio. “Così continuiamo a remare, barche contro corrente, risospinti senza posa nel passato”. Chissà.

    Faraglioni by night, famous giant rocks, Capri island in Italy

    DI Alessandro Musco

  • LIBRI

    I 6 LIBRI DI SILVIA AVALLONE

    “Ecco una fotografia della mia anima.
    Mettere ordine nella libreria coincide con il mettere ordine in me stessa. Come nei vecchi album di foto e nelle pagine di diario, tra i tascabili ingialliti e le edizioni da bancarella acquistate con la paghetta, io mi ritrovo. Umberto Eco diceva che quel che leggiamo nei primi 26 anni di vita sarà irreparabile, e sono convinta che abbia ragione.
    Io sono questi 6 libri. Ne ho amati moltissimi altri visceralmente, ma questi 6 fanno parte della mia identità, al pari dei luoghi in cui ho vissuto e delle amicizie attraverso cui sono cresciuta.
    Ricordo dove e quando li ho letti la prima volta:
    1) Pascoli in terza elementare, a casa dei nonni, in Valle Cervo.
    2) Morante, Flaubert e Dostoevskij al liceo, nella cameretta di Piombino.
    3) Nabokov e Capote a Bologna, in studentato, nei primi anni di università.
    Se ne avete voglia, scrivetemi i vostri libri della vita.”

    Dalla pagina Facebook di Silvia Avallone

  • LIBRI,  RACCONTI

    BALLARD AVEVA CAPITO TUTTO

    Alle sette e mezza del mattino ci sono i bambini, i ragazzini, gli adolescenti che vanno a scuola. Quello che corre, con le sue sneakers dalle morbidissime suole hi-tech, sembra levitare, beato lui; quello già perso nel suo telefono, che alza gli occhi sempre un istante prima di schiantarsi contro un palo, come farà?, mi chiedo ammirato guardando la sua zazzera che salta con lui; quello rotondetto che fatica con il trolley pesantissimo; lei, più piccola del suo zaino, perduta nei suoi occhi chiari che tutti guardano e che lei apposta nasconde; lei in bicicletta, dodici anni e già sicura di sé, dolcezza senza fine, rimpianto inutile e inevitabile in chi guarda la bellezza del futuro. Hanno tutti la mascherina d’ordinanza. Entreranno scaglionati come ladruncoli avviati nelle stanze delle autorità. Si siederanno su banchi singoli, dentro scatole di plexiglas i più fortunati. Gli altri dovranno tenere la mascherina tutto il giorno. Ingoio un cappuccio di soia e ci ripenso. I nostri figli, a scuola, non possono incontrarsi. Non possono toccarsi, fare a botte, accarezzarsi. Dovranno aspettare. Una primavera seduti a casa davanti al computer; un’ estate che è sembrata una parentesi con dentro solo punteggiatura e non invece quella sciocca promessa che tutti ricordiamo. Nelle classi ci si lamenta di una loro certa indocilità durante le lezioni; disturbano, sono a volte aggressivi, sono molto diversi da prima. Si lamentano delle regole, le regole invisibili per il nemico invisibile. Sono regole impossibili da sentire proprie, che è poi l’unica via per sopravvivere, alle regole, anche e soprattutto inconsapevolmente. Si ribellano al divieto di giocare a pallone fabbricandosi delle palle di carta e scotch – proprio come facevamo noi, quando il pallone era vietato, sempre. Non capiscono perché devono andare in bagno non quando gli scappa ma quando si può; perché alla macchinetta degli snack non ci si va all’intervallo ma durante le lezioni, perché anche abituarsi a nuovi e strani diritti non è facile. Quelli dell’altra sezione non li incontri all’intervallo; non puoi azzuffarti, scoprirti piano piano, aprirti verso l’altro. Solo all’uscita li vedi raggrupparsi illegalmente, abbassare le mascherine e starsi addosso come a liberare un bisogno troppo a lungo trattenuto. Ma sono pochi minuti, si deve tornare a casa. I genitori sono preoccupati, una generazione di genitori preoccupati e figuriamoci ora, col Covid, subito a casa! Ci abbiamo pensato davvero a cosa sono chiamati i nostri figli? Io a mio figlio non dico di stare più tranquillo, gli dico, anche se non ce n’è bisogno, di usare tutta l’energia che ha quando riesce, di stare attento a non ubbidire troppo, di dirmi (beata ingenuità, mia) se c’è qualcosa che non va. No, va sempre bene per loro e in questo sono commoventi. Ma forse non sanno cosa stanno perdendo. Noi forse un po’ sì. O per lo meno dovremmo porci la domanda. Qual è il costo psicologico di questa nuova normalità? E invece, spesso se non sempre, siamo semplicemente risucchiati dalle regole, nel pio desiderio di addomesticare, attraverso la loro enorme complessità, la paura che ci affligge. Ci hanno dato un sacco di regole e poche chiavi per capirle. Un po’ come in tutto il resto, dunque un minimo dovremmo essere preparati. E invece. Il rapporto con le regole è un elemento fondamentale della crescita e della formazione dell’identità. Le regole vanno comprese, sentite, introiettate. Ma come facciamo a spiegargliele, queste? Non si vedono le bombe, non si vede la sofferenza, non è rappresentabile. Ciò che vedono è la difesa, mascherine, guanti, gel, plexiglas. E come possiamo insegnare loro a comprendere le regole, e una volta comprese giudicarle e una volta giudicate sentirsi in grado di metterle in discussione, di cambiarle? Arriva tutto dall’alto, eppure ci vedono giustamente come loro pari i bambini, in nulla più forti di loro, anzi più deboli perché è per proteggere noi che li abbiamo privati della libertà, è per proteggere noi che si trovano costretti a vivere questa semi-cattività da cucciolo di specie in via di estinzione. E l’esperienza ci dice che un cucciolo cresciuto in cattività non sarà attrezzato al meglio una volta libero. Il freno, non vedono che il freno. Al volante non c’è nessuno. Perché lo stesso freno lo vedono e subiscono anche gli insegnanti. Sono tutti allo stesso livello. L’inevitabile effetto collaterale del vederci come loro pari, se non ancora più indifesi di loro, è un problema; perché non ti ribelli, non saprai ribellarti a un’autorità che non riconosci, ma che tuttavia c’è. Gli mancherà un pezzetto a questi figli nostri e non potremo darglielo noi. Noi dovremmo essere l’altro. E siamo lo stesso, invece. E mi viene in mente un romanzo di Ballard, penso che probabilmente alleveremo una generazione di bimbi ubbidienti che con nonchalance, come in quel capolavoro intitolato appunto Un gioco da bambini, finiranno per eliminarci per gioco. Oso sperare che non lo faranno fisicamente come avviene nella novella dello scrittore inglese, nella quale una microsocietà perfetta e ricca, segregata dal mondo, sanificata, cresce figli tanto noiosamente docili e felici di ubbidire da renderli folli. Come scrive quasi in chiusura romanzo: «Si sentivano imprigionati per sempre in un universo perfetto. In una società totalmente sana, l’unica libertà è la follia». Percepivano insomma un senso dove un senso non c’era, ma sola vuota osservanza e disciplina, fino a quando boom! hanno capito tutto. Ballard, fine anni Ottanta. Aveva capito tutto.

    Di Alessandro Musco

  • LIBRI,  STORIE

    LA GIACCA DI AMMANITI


    Qualche tempo dopo che Niccolò Ammaniti aveva pubblicato Branchie per un piccolo editore molto coraggioso (Ediesse), venne invitato a Milano dal capo della Mondadori, Gian Arturo Ferrari. C’era aria di talento e a Segrate se ne erano accorti. Ammaniti partì da Roma in treno, ma prima accettò il consiglio di farsi prestare la giacca buona dal cugino, la scelta della cravatta venne risolta dopo una diatriba con gli amici: non la metterà. Lo scrittore era così agitato che per lo stress si addormentò a metà tragitto, nel sonno gli rubarono il portafoglio. L’ arrivo a Milano fu traumatico, Ammaniti si ritrovò in stazione senza una lira e per arrivare in casa editrice fu costretto a chiamare direttamente Gian Arturo Ferrari. È qui che la storia editoriale dell’autore di Ti prendo e ti porto via si mette in moto, con questo primo incontro travagliato e con un suggerimento che gli viene dato quel giorno, quando Ammaniti confida di avere nel cassetto dei racconti. «Meglio un romanzo, il momento è delicato». È la risposta di Ferrari, ignaro di aver suggerito il titolo di una futura opera a un narratore che nel frattempo venderà qualche milione di copie. Il momento è delicato, sedici racconti, il manifesto che conserva le due sostanze letterarie dello scrittore romano. La prima è un tumulto, qualcuno l’ ha definita la parte «cannibale» per la tendenza a usare soluzioni sanguinolente nelle storie che costruisce, un sangue che spesso fa ridere e insieme lascia l’amaro in bocca. La seconda è una vena più poetica, universale, comunque dura, Io non ho paura è il paradigma di questa dimensione, sono storie di fragilità che diventano consapevoli e di passaggi esistenziali senza sconti. Qui il lettore non ride, sta fermo. Perché sa di essere colpito, buttato dentro a una storia emotiva che può essere sua.
    C’è un dettaglio che rivela molto dei libri di Ammaniti e si mimetizza nell’aneddoto del suo incontro con il capo della Mondadori (è nella prefazione de Il momento è delicato). Prima di partire da Roma per Milano, lo scrittore decide di cedere alla giacca. Ma non alla cravatta. «Esistevano due scuole di pensiero; quella con la cravatta, per dare l’impressione di essere una persona seria, e quella senza, per dare l’impressione di essere un artista. Alla fine, l’importanza era che gli facessi impressione. Decisi di andare senza». Niccolò Ammaniti è questo, la rinuncia all’addobbo. La sottrazione dell’ornamento. La tecnica del bassorilievo.

    DI ALESSANDRO MUSCO


  • LIBRI

    I 12 LIBRI DI VALERIA SOLARINO

    Non esiste coprifuoco per la lettura, non serve l’autocertificazione, l’unico controllo è quello del proprio piacere, 12 libri, 12 storie che attraversano quest’anno pandemico con lo strepito e la furia dell’immaginazione.

    Classici, contemporanei, ieraticamente disordinati.

    Uno per mese: Le scelte di Valeria Solarino:

    GENNAIO: LO STRANIERO- Albert Camus

    Capolavoro. Punto

    FEBBRAIO: Storia della mia ansia- Daria Bignardi

    (che mi piace sempre)

    MARZO: Spillover- David Quammen

    Per cercare di capire

    APRILE: Moravagine- Blaise Cendras

    Viaggio sfrenato nella vita, dove tutto è solo disordine

    MAGGIO: Memorie di una ragazza perbene- Simone De Beauvoir

    Autobiografia di una donna che voleva prima di tutto essere libera

    GIUGNO: Nascita e morte della massaia- Paola Masino

    Femminilità e schiavitù femminile

    LUGLIO: Il Colibrì- Sandro Veronesi

    Letto, in bozze, nell’estate del 2019. Riletto ora per festeggiare lo Strega!

    AGOSTO: Fedeltà- Marco Missiroli

    … Che parola sbagliata tradimento!

    SETTEMBRE: Come un respiro- Ferzan Ozpetek

    Amore, amicizia e il tempo che passa

    OTTOBRE: Le amanti- Elfriede Jelinek

    L’assurdità dei cliché e lo stereotipo del femminile

    NOVEMBRE: Gridalo- Roberto Saviano

    O della fottuta bellezza!

    DICEMBRE: Vita di Gesù- Renan

    Perché siamo a Natale ma senza perdere la testa

    I LIBRI PIÙ AMATI DAGLI SCRITTORI INTERVISTATI DA PERCORSI:

    https://percorsi.life/2021/01/02/i-libri-piu-amati-dagli-scrittori-italiani/

  • LIBRI

    I LIBRI PIU’ AMATI DAGLI SCRITTORI ITALIANI

    Una selezione dei libri più amati dagli scrittori intervistati da Percorsi

    TIZIANO SCARPA

    Da bambino, I figli del Capitano Grant di Jules VerneLa macchina del tempo di H. G. WellsL’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie; da ragazzino, Siddharta di Hermann HesseTropico del Cancro di Henry MillerTonio Kröger di Thomas Mann. Da adolescente, le commedie di Plauto, le poesie di CatulloIl Maestro e Margherita di Michail Bulgakov.

    INTERVISTA:

    EDOARDO NESI

    Di libri importanti ce ne sono stati molti, certo. Più di tutti, però, Gatsby e Sotto il Vulcano. Ma anche i saggi di Joan Didion, i viaggi di Sebald, L’Età dell’Innocenza di Edith Wharton. Le poesie di Dylan Thomas. Tra gli italiani, i libri di Sandro Veronesi, maggio selvaggio di Albinati. Ma di certo ne scordo tanti. 

    INTERVISTA:

    ANTONIO MORESCO

    Sono tanti i libri e gli autori che hanno fatto irruzione nella mia vita, che ci hanno aggiunto qualcosa e non si sono fatti dimenticare, in vari periodi, prima dei vent’anni, dopo i trent’anni, dopo i cinquanta. Ne nomino una piccola parte: L’antico Testamento, i Vangeli, Omero, Dante, Leopardi, Don Chisciotte, Moby Dick, Dostoevskij, Kafka, la Dickinson, Murasaki… Ho capito che sarei diventato uno scrittore a trent’anni, dopo dieci anni deragliati e randagi, che quella era per me questione di vita o di morte, che quello era il filo rosso della mia vita e che -a differenza di ciò che avevo fatto a vent’anni- non lo avrei più rinnegato e spezzato.

    INTERVISTA:

  • LIBRI

    I LIBRI DI PERCORSI: IL FILO DEL RASOIO: MAUGHAN

    Sull’amore ha scritto in maniera pettegola, impertinente, insolente, assolutamente brillante: lui è William Somerset Maughan, il libro è Il filo del rasoio. È stato candidato al Nobel 7 volte. L’incipit del libro è una dichiarazione di intenti, è solo dei grandi campioni, lui è uno di questi. È un romanzo su chi sta in bilico in amore, su chi deve scegliere l’uno o l’altro, lei o l’altra, è un romanzo scritto da KGB, lui era una spia della corona inglese, è stato il più grande commediografo del mondo. Questo romanzo è il più grande gossip letterario e da Nobel di tutta la storia della letteratura. Indaga la profonda contraddizione umana attraverso segreti, cattiverie, tradimenti. Questo romanzo è avvincente, sprona a non arrendersi, ad andare avanti ed a lottare per ciò che conta davvero, la sua scrittura appassiona e ci fa riflettere
    Di Alessandro Musco

    https://www.adelphi.it/libro/9788845919688

    GUARDA I 5 LIBRI DA LEGGERE A NATALE:

  • LIBRI

    I LIBRI DI PERCORSI: LA CITTÀ DEI VIVI DI LAGIOIA

    La città dei vivi di Nicola Lagioia è Roma. È un libro umano, lo attraversa un’umanità profonda, quella di uomini composti da varie sostanze che nessuno riesce a miscelare adeguatamente. Nessun uomo è all’altezza della tragedia che lo colpisce. C’è una mancanza del libero arbitrio, una catena causa-effetto che non si riesce più a fermare.

    Non c’è un serial killer, non affiora la coscienza, è qualcosa di diverso. Lagioia riesce a far stare in quell’appartamento loro due, Prato e Foffo, la vittima, Luca Varani ed i lettori, contagiando pagina dopo pagina le nostre emozioni.

    Utilizza la compassione come strumento conoscitivo e l’utilizzo del punto per far crescere il battito cardiaco.

    È un libro potentissimo, c’è dentro Truman Capote di A sangue freddo, c’è Pasolini. C’è Faulkner che guarda dall’alto. E quando lo finiamo di leggere, con una sciatica alla gamba per non essere riusciti a cambiare posizione da quanto ci ha preso, c’è una domanda che ci si porta dietro: sei sicuro nella tua vita di aver sempre saputo riconoscere il male? Dopo averlo letto c’è qualche certezza in meno. Un grande libro.

    Di Alessandro Musco

    ” Nel marzo 2016, in un anonimo appartamento della periferia romana, due ragazzi di buona famiglia di nome Manuel Foffo e Marco Prato seviziano per ore un ragazzo piú giovane, Luca Varani, portandolo a una morte lenta e terribile. È un gesto inspiegabile, inimmaginabile anche per loro pochi giorni prima. La notizia calamita immediatamente l’attenzione, sconvolgendo nel profondo l’opinione pubblica. È la natura del delitto a sollevare le domande piú inquietanti. È un caso di violenza gratuita? Gli assassini sono dei depravati? Dei cocainomani? Dei disperati? Erano davvero consapevoli di ciò che stavano facendo? Qualcuno inizia a descrivere l’omicidio come un caso di possessione. Quel che è certo è che questo gesto enorme, insensato, segna oltre i colpevoli l’intero mondo che li circonda.
    Nicola Lagioia segue questa storia sin dall’inizio: intervista i protagonisti della vicenda, raccoglie documenti e testimonianze, incontra i genitori di Luca Varani, intrattiene un carteggio con uno dei due colpevoli. Mettersi sulle tracce del delitto significa anche affrontare una discesa nella notte di Roma, una città invivibile eppure traboccante di vita, presa d’assalto da topi e animali selvatici, stravolta dalla corruzione, dalle droghe, ma al tempo stesso capace di far sentire libero chi ci vive come nessun altro posto al mondo. Una città che in quel momento non ha un sindaco, ma ben due papi.
    Da questa indagine emerge un tempo fatto di aspettative tradite, confusione sessuale, difficoltà nel diventare adulti, disuguaglianze, vuoti di identità e smarrimento. Procedendo per cerchi concentrici, Nicola Lagioia spalanca le porte delle case, interroga i padri e i figli, cercando il punto di rottura a partire dal quale tutto può succedere.”

    TRA I 5 LIBRI DA LEGGERE A NATALE

  • LIBRI

    LIBRI DA LEGGERE NEL 2021

    5 libri da leggere nel 2021, grandi autori, meravigliose storie da condividere.

    Questi i nostri 5 libri da leggere…

    DIO DELLE ILLUSIONI: TARTT

    Mezzo diavolo e mezzo angelo: Donna Tartt. Tre romanzi in trent’anni: la ragazza ha due palle così. L’esordio fu Dio di illusioni: tutti (proprio tutti) lo giudicarono un capolavoro. È la storia di quattro amici universitari e delle colpe che cerchiamo di sotterrare. In Dio di illusioni aleggia il demoniaco: leggendo accade qualcosa e ci si chiede…quanto male c’è in me e cosa accadrebbe se sapessi viverlo. È ispirato ai suoi anni di studi nel Vermont con Ellis e McInerney, diventati grandi scrittori come lei. Dio di illusioni uscì nel 1992: Donna Tartt aveva 29 anni. Nel libro creò un modo di narrare che incollava il lettore alla pagina e allo stesso tempo lo rimpolpava nel profondo: Dickens, ma più cattivo. Donna Tartt scrive i libri a penna, prima stesura in 6 anni: gli altri quattro anni riscrive, non uscendo quasi mai di casa. È la scrittrice dove donna, uomo e creato sono la stessa cosa come in nessun autore contemporaneo.

    https://www.libraccio.it/autore/donna-tartt/libri.html

    RESOCONTO: CUSK

    Rachel Cusk, scrittrice dirompente. Resoconto. Racconta in prima persona singolare la quotidianità della vita ma lo fa attraverso la descrizione dell’altro, quindi il soggetto io diventa il complemento oggetto. Ha rinnovato il romanzo contemporaneo, sembra che racconti di tutti i nostri giorni quotidiani ma lo fa in una maniera straordinaria, quindi fa risplendere la quotidianità e sembra un punto esclamativo in questo momento nel quale la nostra quotidianità deve comunque risplendere. La sua prosa brillante la paragona a Cormac McCarthy, la sua rappresentazione dei rapporti tra uomini e donne tira in ballo Raymond Carver. Lei è Rachel Cusk. Con la gente comune al centro del suo universo, ha costruito un oracolo attraverso il quale il mondo si esprime come un gran collettore di anime.

    https://www.einaudi.it/approfondimenti/rachel-cusk/

    LA CITTA’ DEI VIVI: LAGIOIA

    La città dei vivi di Nicola Lagioia è Roma. È un libro umano, lo attraversa un’umanità profonda, quella di uomini composti da varie sostanze che nessuno riesce a miscelare adeguatamente. Nessun uomo è all’altezza della tragedia che lo colpisce. C’è una mancanza del libero arbitrio, una catena causa-effetto che non si riesce più a fermare. Non c’è un serial killer, non affiora la coscienza, è qualcosa di diverso. Lagioia riesce a far stare in quell’appartamento loro due, Prato e Foffo, la vittima, Luca Varani ed i lettori, contagiando pagina dopo pagina le nostre emozioni. Utilizza la compassione come strumento conoscitivo e l’utilizzo del punto per far crescere il battito cardiaco. È un libro potentissimo, c’è dentro Truman Capote di A sangue freddo, c’è Pasolini. C’è Faulkner che guarda dall’alto. E quando lo finiamo di leggere, con una sciatica alla gamba per non essere riusciti a cambiare posizione da quanto ci ha preso, c’è una domanda che ci si porta dietro: sei sicuro nella tua vita di aver sempre saputo riconoscere il male? Dopo averlo letto c’è qualche certezza in meno. Un grande libro.

    IL POSTO: ERNAUX

    Il posto di Annie Ernaux è un libro per il futuro, una scrittrice magnifica, un libro scritto da tanto tempo ma scoperto da poco in Italia. Lei è la scrittrice francese vivente più grande. Il posto è dedicato al padre morto, ma lei lo sviscera non come mancanza, non come romanticismo, non come paura di qualcosa che non c’è più, ma come qualcosa che resta in bassorilievo, la tecnica di McCarthy, scava tutto intorno per far venire fuori la terra rossa, il sangue, la Ernaux lo fa con la memoria, scava senza sangue, che è la cosa più difficile, è come essere felici bastandosi a sé stessi. Riesce ad essere intima, profonda, vera, senza sentimentalismi. 130 pagine, Il posto è il luogo dove lei è cresciuta, è un libro sulla mancanza dei genitori, racchiude Carver, Kafka e un po’ Camus, con quel distacco davanti alla morte, senza lacrime. È un libro dedicato alle donne. Un libro universale.

    https://www.lormaeditore.it/libro/9788898038152

    IL FILO DEL RASOIO: MAUGHAN

    Sull’amore ha scritto in maniera pettegola, impertinente, insolente, assolutamente brillante: lui è William Somerset Maughan, il libro è Il filo del rasoio. È stato candidato al Nobel 7 volte. L’incipit del libro è una dichiarazione di intenti, è solo dei grandi campioni, lui è uno di questi. È un romanzo su chi sta in bilico in amore, su chi deve scegliere l’uno o l’altro, lei o l’altra, è un romanzo scritto da KGB, lui era una spia della corona inglese, è stato il più grande commediografo del mondo. Questo romanzo è il più grande gossip letterario e da Nobel di tutta la storia della letteratura. Indaga la profonda contraddizione umana attraverso segreti, cattiverie, tradimenti. Questo romanzo è avvincente, sprona a non arrendersi, ad andare avanti ed a lottare per ciò che conta davvero, la sua scrittura appassiona e ci fa riflettere

    https://www.adelphi.it/libro/9788845919688

    DI ALESSANDRO MUSCO

    Da rileggere e condividere le interviste con

    Tiziano Scarpa

    https://percorsi.life/2020/12/27/la-penultima-magia-percorsi-intervista-tiziano-scarpa/

    Edoardo Nesi: https://percorsi.life/2020/11/12/economia-sentimentale-percorsi-intervista-edoardo-nesi/

    Antonio Moresco:

    https://percorsi.life/2020/11/09/percorsi-intervista-antonio-moresco/

  • LIBRI

    CARMELO BENE APPARE IN INGLESE

    È da poco disponibile  I Appeared to the Madonna, la prima traduzione in inglese di ” Sono apparso alla Madonna”

    Idolatrato, amato fino al parossismo, criticato, dannatamente compreso, inutilmente interpretato.

    Nel teatro di Carmelo Bene la maschera è inquietante, la voce è un delirio continuo di sussurri e strepiti, gli sguardi sono quasi sempre allucinati, una follia perpetua alla disperata ricerca di un senso.

    Le parole di Bene sono sempre apodittiche, “disturbanti”, ogni autobiografia è sempre immaginaria, lo ripeteva spesso, tra i palchi semi bui e le luci accecanti dei tanti salotti televisivi. Nel suo “Sono apparso alla madonna” ne descrive una immaginaria ma non troppo.

    Dentro c’è tutto, tra citazione dotte e locuzioni filosofiche albergano passionali tutti i suoi spettacoli, ci sono le rotture delle scene e i repentini cambi di inquadratura del Pinocchio, i corpi che fluttuano di Salomè e l’invulnerabilità di Achille, c’è Lorenzaccio, c’è forse il suo capolavoro, un Amleto di meno con i versi di Laforgue che sporcano il classico “dovrei soltanto agire, firmare, uccidere, fargli vomitare la vita, la l’arte è tanto grande e la vita così breve”

    Il titolo del libro nasce durante una partita di ping-pong a Forte dei Marmi “Dalla fessura del cancello filtra la sagoma alticcia di Ruggiero Orlando, la bottiglia di scotch in pugno. Barcollando, poggiandosi precario a provvidenziali fusti indovinati al buio, accostandosi al tavolo da gioco: “Caro Carmelo… ho saputo che sei apparso alla Madonna!”, e giù, piegato in due, in uno sgangherato sghignazzo dei suoi. C.B. folgorato; “ecco il titolo del mio libro”.

    Teatro, cinema, tutto in Carmelo Bene è un tentativo di sovversione, la ricerca di un incanto che si esaurisce nell’istante.

    Il non detto, la phonè, la macchina attoriale, se non si è pronti a vivere la crisi, a prendersi a calci nel culo, meglio non ri/vedere gli spettacoli di Bene.

    Un continuo sregolamento di tutti i sensi, non esistono trame per i personaggi, niente significati, difficili anche i significanti, un linguaggio sublime che si può vedere ma non afferrare, d’altronde il buon Bene direbbe “Non bisogna produrre capolavori, bisogna essere capolavori.”