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    IL LIBRO DELLE CASE: PERCORSI INTERVISTA ANDREA BAJANI

    Alcuni libri hanno una genesi lunghissima, per altri basta una scintilla, un ricordo, “Il suo libro della case” attraversa le tante case abitate e lasciate.

    La questione misteriosa, e in fondo affascinante, è capire per quanto tempo un libro si è preparato in silenzio, dentro chi scrive. A volte si sente il pensiero che lavora, gratta nella testa come un rovello, come un’idea che cerca una forma. In quel caso si ha chiarissima la sensazione che la gestazione è in atto, che il libro si sta facendo e che poi troverà un varco per finire sulla pagina. Altre volte invece la gestazione è silenziosa. Non ci si accorge di nulla perché il tutto avviene a profondità abissali, impossibili da percepire. E poi di colpo, sfonda con un’idea chiarissima. Se ne esce con un piccolo tagliando, lo scontrino di un’idea creata. Il libro delle case appartiene a quest’ultima tipologia. Mi è molto evidente che nel silenzio ha lavorato per moltissimi anni e poi si è presentato cristallino nella sua struttura: la storia di un uomo raccontata attraverso le case in cui ha vissuto. Da quel momento in poi, pur avendo avuto per così dire una visione assoluta, ci sono poi voluti molti anni perché le parole la stendessero in frasi e la mostrassero ai lettori.

    Cosa le rimane di tutte quelle stanze calpestate?

    Rimangono sempre soltanto frammenti di case. Angoli, finestre, paesaggi. Se provo a pensare agli appartamenti in cui ho vissuto, difficilmente le ricordo nel loro complesso. Sono i dettagli, quelli cui ci affezioniamo, e che in fondo fanno la nostra biografia catastale, se così si può chiamare. Ci sono magari una poltrona e una stanza in cui stavamo quasi sempre, oppure un balcone, o la sedia a cui ci siamo seduti ogni volta a tavola per pranzare ci ha offerto sempre e solo un pezzo della sale. Ecco, se per esperimento potessimo montare tutti gli angoli in cui siamo stati felici, metterli insieme in un puzzle, potremmo costruirci, in una memoria fittizia, la nostra casa ideale.

    Il suo IO attraversa cinquant’anni di storia non solo personale, ma sociale, politica, esistenziale, in fondo le case più belle sono quelle che non abbiamo ancora abitato.

    Non so se siano le più belle, quelle che non abbiamo ancora abitato. Anche perché la nostalgia è un dispositivo perfetto per rendere struggenti e bellissimi gli spazi che ci siamo lasciati alle spalle. Ma certo le case che non abbiamo ancora abitato sono storie potenziali, sono il libro in cui potremmo essere personaggi. Io devo dire amo molto le case degli altri, perché la storia che raccontano non è ancora da scrivere, e dunque non comporta quel surplus di invenzione iniziale che potrebbe affaticare. No, le case degli altri – quelle case che ci piacciono, di quegli altri che ci piacciono – sono la storia perfetta in cui andarsi a infilare, protagonisti di un racconto ammobiliato.

    Ogni volta lasciamo sempre qualcosa, quanto è difficile portarsi dietro una palingenesi, quanto si corre di ricordare un chi siamo che non esiste più?

    Il libro delle case nasce proprio da questo desiderio di andare a incontrare tutti quegli “io” che siamo stati al tempo in cui vivevamo in una casa. La ragione per cui in fondo tutti vorremmo andare a visitare la casa in cui siamo stati bambini, o ragazzi, è la voglia di incontrare quelli che eravamo. E se a quell’epoca eravamo felici, godere un po’ di quella felicità. E se a quell’epoca, e in quella casa, eravamo tristi, provare a salvarci, aiutarci a scappare. Credo che la storia di questo romanzo abbia origine qui.

    Cosa si aspetta di trovare in una sua prossima casa?

    La verità? Delle zanzariere e una lavatrice e un’asciugatrice che funzionino bene. E nessuno scarafaggio di benvenuto. In questo momento vivo a Houston, Texas, e queste sono le mie esigenze basiche..

    È un libro attraversato anche da grandi personaggi, da Pasolini ad Aldo Moro, le storie sono molto diverse l’elemento comune è che tutte e due le storie compongono una sorta di catasto della solitudine

    Quelle di Pasolini e di Moro sono le due morti che hanno segnato gli anni che non ricordo, quelli che precedono il terzo anno di vita. Ovvero, quelli che restano fuori dalla memoria consapevole e che però segnano profondamente la personalità di un singolo e, in questo caso, di una generazione. Credo che entrambe dicano qualcosa di un paese come l’Italia, che è fatto di viscere e di segreti, di grandi slanci e di verità lasciate inesplorate, impunite. Pasolini, poi, mi insegnò quasi tutto quello che ho imparato sul guardare negli anni, sull’amare la realtà disperatamente, ascoltandone gli anfratti, i marciapiedi, i quartieri senza diritto di parola.

    Quali libri hanno attraversato le tue tante stanze?

    Riconosco una costellazione stramba di scrittori che hanno vegliato in maniera più o meno consapevole su questo libro. Pasolini, Kundera, Calvino, Volponi, Perec, Virginia Woolf e molti altri che sotterraneamente mi suggerivano una parola, un giro di frase, una rima interna, un’assonanza – e che io poi trascrivevo. In questo momento direi, tra tutti, comunque To the Lighthouse, Al faro, di Virginia Woolf. Me lo ha ricordato un lettore, durante una presentazione, mi ha detto che aveva molto pensato a quel romanzo mentre leggeva Il libro delle case. E io, che non ci avevo pensato nemmeno un instante, ma che lo avevo letto a vent’anni tre volte di fila in una specie di sbalordimento e ammirazione, ho pensato che quel lettore avesse ragione. Dagli abissi insondabili, Woolf aveva parlato.

  • INTERVISTE

    LA CITTA’ DEI VIVI E NON SOLO: PERCORSI INTERVISTA NICOLA LAGIOIA

    Truman Capote, Camus, Carrere, il Raskolnikov di Dostoevskij, la letteratura si è spesso misurata con il male e con la lotta dell’uomo con il libero arbitrio, perché hai deciso di scrivere questa storia?

    La letteratura si occupa spesso del male, di problemi.

    Da Shakespeare a Manzoni l’elemento della problematicità è indissolubile nella letteratura, come afferma Tolstoj nell’incipit di Anna Karenina “Se le famiglie felici si assomigliano tutte, ogni famiglia è infelice a modo suo”

    La letteratura si occupa di famiglie infelici non perché le famiglie felici non esistano ma perché con una famiglia felice non si crea una narrazione.

    Il male, i problemi, le questioni irrisolte, i nodi apparentemente indistricabili sono tutt’uno con la letteratura.

    Tra gli elementi che mi hanno spinto a scrivere questo libro c’è la violenza dell’omicidio. Gli stessi carabinieri, che pure sono abituati a ritrovarsi davanti scene forti, quando hanno visto cosa era successo nell’appartamento di Manuel Foffo sono rimasti sconcertati.

    La violenza esercitata su Luca Varani non era da omicidio metropolitano, sembrava quasi una violenza da omicidio rituale, tipo gli omicidi che si consumano nelle zone di guerra, dove il diritto è sospeso.

    Non c’è un movente, non c’è nessun motivo, nessun vantaggio pratico che Foffo e Prato potessero ottenere, l’omicidio non si è consumato nell’ambito della criminalità organizzata, Foffo e Prato erano persone considerate “normali” e si consideravano tali fino al giorno prima.

    Per quanto riguarda il libero arbitrio entrambi, pur sapendo di essere parte in causa, faticano a ricondurlo a un atto di libero arbitrio, parlano come fossero degli spossessati, parlano come se fossero stati travolti da una forza a cui non hanno saputo resistere, c’è una differenza abbastanza grossa rispetto a Raskolnikov perchéil personaggio di Dostoevskij pianifica molto bene il suo omicidio, qui Foffo e Prato parlano come se una forza superiore avesse travolto le loro stesse intenzioni, come se avessero evocato delle forze che non sono riusciti a controllare.

    Esistono libri consolatori, catartici, liberatori, c’è una frase pensata da Foffo straniante “Sta accadendo veramente”, con il tuo libro hai spinto il lettore dentro, costretto a misurarsi con le proprie stanze buie

    E ‘ una frase che non si sono mai detti, potrebbero averla pensata in maniera inconscia, il dialogo sotterraneo a un certo punto è diventato reale, è come se io avessi covato un incubo per alcuni giorni, poi questo incubo di cui io stesso sono il protagonista in negativo si manifestasse davanti ai miei occhi e dicessi “ma allora sta succedendo veramente”

    È uno dei momenti (tra le testimonianze di Foffo) che mi ha più colpito, inquietato, angosciato.

    La città dei vivi è un libro potentissimo che lascia delle cicatrici al lettore, come sei uscito da questa storia?

    Questa storia è come se fosse divisa in diverse fasi per me.

    È la prima volta che mi occupo di un fatto reale, la costruzione del libro si divide in due fasi, quella di ricerca e quella di scrittura.

    Nella prima fase sono andato in giro a cercare documenti, testimonianze, raccogliere atti processuali, a cercare persone, a parlarci, a intervistarli.

    La seconda fase è quella della scrittura, le due fasi hanno una parte in cui si intersecano, si sovrappongono.

    La prima fase è stata per me quella emotivamente più forte, intensa, problematica, travolgente.

    Con la scrittura c’è già una presa di distanza, un padroneggiamento di una materia ignea in cui mi trovavo conficcato fino al collo quando facevo l’attività di raccolta dei materiali.

    In entrambi i casi ho proceduto in maniera abbastanza sicura, avevo molto forte in me lo spirito di questa storia, la sentivo molto mia, ne sentivo l’urgenza.

    Finito di scrivere il libro è come se fossi stato risputato fuori dalla storia, a cui oggi guardo come potrebbe guardare un qualunque lettore, non sono più parte in causa

    Durante la scrittura della Città dei Vivi hai letto il Vangelo, perché?

    Nei vangeli c’è una narrazione rivoluzionaria, quasi perfetta da un punto di vista drammaturgico, mi interessava soprattutto la lingua.

    La lingua della Città dei Vivi è molto diversa da quella della Ferocia.

    Quella della Ferocia è elaborata, perché puntare a una lingua più semplice? Perché una lingua più è elaborata, piena di subordinate, più è amica della finzione, più è piana, più questo rischio di inventare qualcosa non si corre.

    Al tempo stesso dovevo evocare una questione di grande complessità, I Vangeli utilizzano una lingua, da una parte semplice, ma in grado di evocare una grande complessità, di affrontare aspetti anche ambigui, mi sembrava, da questo punto di vista, un ottimo riferimento.

    Nel tuo libro non cedi mai alla vanità, all’estetismo, alla retorica, poni tante domande ma le risposte sono tutte aperte e forse spetta ai lettori misurarsi sui tanti perché.

    Nella saggistica o nei libri filosofici si provano a dare delle risposte, da Platone ad Aristotele a Kant, sono rari i casi in cui la filosofia non sia assertiva, la strategia che segue la letteratura è diversa, ragiona per domande, non offre delle risposte(inevitabilmente sbagliate) ma solleva le domande giuste, questo anche perché il lettore è parte attiva, perché è il destinatario di tutta una serie di domande che rimangono aperte, sta al lettore interpretare, dare delle risposte, quanto più un’opera letteraria è ben costruita tanto più solleva delle domande.

    Ci sono dei libri che ci interrogano e che interroghiamo per tutta la vita, da Moby Dick, alla Coscienza di Zeno, etc.

    Come è cambiato in questi anni il tuo concetto di ferocia?

    Poco, la ferocia è identità di specie, per millenni per l’essere umano la violenza è stata una garanzia per la sopravvivenza della specie, l’uomo primitivo per sopravvivere doveva spesso ricorrere alla violenza, oggi non abbiamo più bisogno di esercitare questa violenza per sopravvivere, eppure la violenza ci appartiene ancora, biologicamente, geneticamente.

    Tra le nostre missioni di specie ci sarebbe quella di emanciparsi il più possibile da quel tipo di violenza originaria, il distanziamento però avviene in maniera molto lenta, oggi trasferire quel tipo di violenza originaria a sistemi complessi, (le nazioni, le aziende, i popoli), potrebbe addirittura avere un effetto non di sopravvivenza ma di auto distruzione, i cambiamenti climatici sono legati allo sfruttamento delle risorse, lo sfruttamento delle risorse è legato al modello di sviluppo che è legato a doppio filo al principio di violenta prevaricazione, all’ottenimento di un vantaggio proprio a danno di quello degli altri.

    Che sia la violenza esercita dal singolo o quella che l’uomo esercita attraverso le proprie organizzazioni complesse, è uno dei nostri nemici principali che fatichiamo a scrollarci di dosso.

    Questa è la ferocia e raccontarla attraverso delle storie anziché attraverso un saggio può aiutarci a riconoscerla meglio e a conoscersi meglio.

    Conoscendo meglio i nostri difetti, le nostre zone oscure forse abbiamo mezza probabilità in più di non farci soggiogare, impossessare da quelle zone oscure.

    Quali libri ti hanno stravolto l’esistenza?

    Sono tanti, credo che nessun scrittore sia figlio di un solo libro o di una manciata, spesso li ho citati, non è difficile andare a verificare quali sono i miei 300/400 libri, ogni scrittore dovrebbe avere 300/400 libri in grado di stravolgere/ricostruire l’esistenza.

    RECENSIONE:

    https://percorsi.life/2020/12/20/i-libri-di-percorsi-la-citta-dei-vivi-di-lagioia/

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    COMINCIÒ CHE ERA FINITA: LUISA VIGLIETTI RACCONTA GLI ULTIMI ANNI DI CARMELO BENE- INTERVISTA

    COMINCIÒ CHE ERA FINITA- EDIZIONI DELL’ASINO

    Idolatrato, amato fino al parossismo, criticato, dannatamente compreso, inutilmente interpretato. Ci può raccontare il Carmelo Bene Privato?
    Le duecento pagine di quello che ho tentato di scrivere in Cominciò che era finita rappresentano la volontà di togliere il fenomeno Carmelo Bene dalla scena per restituirlo alla quotidianità. Carmelo nella vita di tutti i giorni ripiegava sulle esistenze degli altri. Ha avuto una sola idea, e su quella ci ha speso la vita. Ho cercato attraverso il racconto della mia vita di aprire un varco, uno sguardo sulla sua realtà. Tutto era legato, ogni azione. La sua richiesta di attenzione era totalizzante, sin da subito aveva messo in chiaro che non avrei potuto più avere distrazioni, hobby e passatempi. Tolte le necessità primarie destinate alla sopravvivenza, siamo sempre stati concentrati sui progetti: spettacoli teatrali, editoria, televisione, trasmissioni sportive, avevamo sempre un obiettivo da raggiungere. Carmelo si curava poco del quotidiano. E con la vita come ordinariamente si intende non era mai sceso a patti. Aveva fatto suo il famoso motto di Axel nell’omonimo capolavoro di Villiers de l’Isle-Adam: Vivre? Les serviteurs feront cela pour nous. Sembrano tutti slogan che potresti mettere nell’incarto di un cioccolatino avvelenato. Non è una vita semplice, ma sono delle scelte necessarie quando cerchi di avere delle risposte a domande che non ne hanno. Per arrivare a queste conclusioni bisognerebbe conoscere il suo lavoro. In una lezione a Perugia a un gruppo di giovani aveva per ore parlato dell’importanza dello studio, che bisognava apprendere, apprendere, apprendere, per poi togliere, togliere, togliere.

    Vi siete incontrati con Hamlet Suite. Lei prendeva appunti, lui parlava, un flusso ininterrotto, sguardi che danzavano nella stanza senza fissare un punto preciso. Come si esce dopo un primo incontro con Carmelo Bene?
    Dipende da cosa ti aspetti. Durante una cena Carmelo se ne uscì con una delle sue “sentenze” e disse: “L’olio d’oliva è mortale!”. Una delle nostre ospiti, appena lui si allontanò, mi chiese senza farsi sentire: “Ma è vero che l’olio d’oliva è mortale?” A voi l’ardua sentenza. Ci siamo conosciuti il 27 giugno del 1994, lo ricordo bene, fu il giorno che andò a registrare da Maurizio Costanzo Uno contro tutti. Ero andata a casa sua, a Roma, per un colloquio di lavoro. Aveva bisogno di una costumista per Hamlet suite, lo spettacolo che lo riportava in scena dopo quattro anni di assenza. Mi aspettavo un copione o almeno una scaletta dei personaggi e delle azioni, invece ci tenne che mi appuntassi sul mio quaderno una serie di indicazioni che mi leggeva, ci tenne che prendessi nota di ogni particolare: i cigolii sinistri, la “musica acqua” per i reiterati annegamenti d’Ofelia, i bauli del viaggio fermo… sapevo solo che in quello spettacolo Ofelia non c’era. Senza fare domande, presi nota della teoria. Sapevo poco di Carmelo Bene, l’avevo visto solo una volta in scena a Napoli, e avevo letto Sono apparso alla Madonna, conoscevo la bellezza della sua voce e le intemperanze mediate dalla scena, non conoscevo la persona, che aveva con tanta cura nascosto ben bene sotto una lunga serie di convenzioni che applicava nel relazionarsi con il mondo. Quell’incontro mi aveva fatto sorridere per giorni, la stanza dove eravamo era coperta sui tre lati da enormi specchiere, sulle quali si rincorreva da solo. Alla fine del colloquio mi chiese se potessi aiutarlo a scegliere dei vestiti perché doveva andare al Teatro Parioli a registrare la trasmissione Uno contro tutti di Maurizio Costanzo. Lo seguii nella sua camera da letto. Mi aveva detto che doveva essere un incontro, una lotta: solo contro il resto del mondo. Scelsi tra i vestiti ammucchiati su una sedia un paio di pantaloni blu, una camicia di jeans con un gilet nero e le scarpe da ginnastica.

    Luisa Viglietti e Carmelo Bene


    Dietro la macchina attoriale del grande attore quali erano le fragilità di Bene?
    Era un uomo solo, con nessuna fiducia nel prossimo suo.
    Le parole di Bene sono sempre apodittiche, “disturbanti”, ogni autobiografia è sempre immaginaria, lo ripeteva spesso, tra i palchi semibui e le luci accecanti dei tanti salotti televisivi. Nel suo “Sono apparso alla madonna” ne descrive una immaginaria ma non troppo. Dentro c’è tutto, tra citazioni dotte e locuzioni filosofiche albergano passionali tutti i suoi spettacoli, ci sono le rotture delle scene e i repentini cambi di inquadratura del Pinocchio, i corpi che fluttuano di Salomè e l’invulnerabilità di Achille, c’è Lorenzaccio, un Amleto di meno con i versi di Laforgue. Cosa rimane oggi del teatro di Carmelo Bene? La phoné, atto e azione, la sfinge medicea di Lorenzaccio, se non si è pronti a vivere la crisi, a prendersi a calci nel culo, meglio non ri/vedere gli spettacoli di Bene.
    Una lezione troppo spesso ignorata da chi fa questo mestiere oggi, si confonde l’essere con l’esserci, l’equivoco ricorrente in ogni forma espressiva. Troppo spesso frainteso il teatro di Carmelo Bene è stato sottoposto all’immagine del personaggio dedotto dai media. Attraverso l’analisi che cerco di fare dei percorsi che lo avevano guidato nella costruzione delle sue opere ripercorro quel filo unico del discorso che tiene tutto insieme. La phonè, l’atto e l’azione, la macchina attoriale sono la teoria di una prassi, un percorso unitario che magicamente alla fine ricomincia da dove aveva preso origine. Come dice Piergiorgio Giacchè in Antropologia di una macchina attoriale: “Allora contro la Storia in tutti i sensi – a cominciare dalla storia dell’arte per finire con la storia nell’arte e con l’arte della storia – Carmelo Bene ingaggia una lotta che non è un’inutile prova tantalica ma un’azione penetrante che guadagna progressivamente terreno. La sua rivolta anima un processo d’attore e un progetto d’autore senza precedenti: se è normale che l’attore (con la sua presenza) si sostituisca alla scena e l’autore fuoriesca dall’opera, è invece straordinario vedere la scena invasa dall’autore (assente) e l’attore realizzarsi compiutamente e definitivamente fuori dall’opera.”

    Nel libro racconta che dopo la morte ha sognato spesso Carmelo Bene, le capita ancora?

    Sì certo, di tanto in tanto, gli faccio il riassunto delle puntate precedenti.
    Quali sono i libri che hanno fatto “impazzire” Carmelo Bene?
    Aveva una biblioteca di seimila volumi. E negli anni novanta sono stati pochi i libri che ha letto, a parte quelli legati ai lavori che stavamo facendo. Sostanzialmente rileggeva puntigliosamente libri che probabilmente sapeva a memoria. Aveva numerose copie degli stessi volumi sparsi un poco dappertutto, Il mondo come volontà e rappresentazione, Nietzsche nelle varie produzioni e dizionari di ogni tipo e di ogni lingua. Come ha sempre detto anche lui forse è stato l’Ulisse di Joyce che gli ha cambiato l’esistenza. Trascorremmo un inverno intero a Otranto da soli. Passavamo la maggior parte del tempo leggendo, e poi parlavamo delle nostre letture… una sera decise di rileggere ad alta voce l’Ulisse per me.

    Otello
  • INTERVISTE

    LA PENULTIMA MAGIA: PERCORSI INTERVISTA TIZIANO SCARPA

    Il suo ultimo romanzo La penultima magia è uscito a giugno in piena pandemia.

    Sì, ma avevo finito di scriverlo nell’agosto del 2019, dopo dodici anni di gestazione e tre anni di stesure.

    Nel suo romanzo i lampioni camminano, i negozi si animano, un mondo magico che non sfugge alla solitudine e al crollo.

    Quella parte occupa solo i primi capitoli. È una fantasticheria psicotica allestita dalla protagonista anziana per superare la depressione di un grave lutto.

    Personaggi magici costretti ad affrontare la realtà, anche con una flebile forma di disincanto.

    La nonna non era una fata, il suo era un temporaneo mondo illusorio. Rinuncia a quella fantasia consolatoria e torna alla realtà quando le propongono di riprendersi in casa la nipotina da cui era stata separata.

    È doloroso il passaggio dalla magia al realismo?

    Mi affascina quel momento in cui i bambini e le bambine smettono di credere alle favole e si interessano a cose esistenti, come l’astronomia, i dinosauri, la chimica. È una perdita, ma soprattutto un’emancipazione.

    C’è una copiosa letteratura pandemica, molti autori si sono misurati con il Covid, il suo romanzo non si misura con l’attualità ma apre una finestra sul mondo che verrà, senza vergognarsi di correre il rischio di sentirsi/sembrare inadeguati.

    Come ho già detto, l’avevo scritto prima della diffusione del virus; è una storia che ambisce a durare, senza restare legata a circostanze di cronaca o passaggi storici particolari. La nonna e la bambina sono inadeguate ad affrontare avventure più grandi di loro, viaggi pericolosi, ma possono farcela.

    È un grande costruttore di storie, racconti, romanzi, teatro, poesia, come varia la costruzione della parola?

    Basta seguire l’ispirazione.

    Una libellula di città ha attraversato vent’anni della sua vita, un processo lungo, come è cambiato il processo osmotico vita/libro?

    Una libellula di città, uscito nel 2018, è fatto di trenta storie in rima. Le ho scritte in vent’anni, quando mi venivano, senza forzarle, senza andarle a cercare. Non era un progetto di libro. Ma a un certo punto ho visto che erano parecchie e mi sono riproposto di raccoglierle. La mia scrittura, nei romanzi, si è evoluta negli anni; il fatto che queste storie in rima avessero una metrica fissa e una struttura formale più rigida ha garantito una coerenza di tono nel tempo. La morale è che per restare uguali a sé stessi bisogna alienarsi.

    Nella Grande bellezza Sorrentino fa dire a Jep Gambardella “è così triste essere bravi, si rischia di diventare abili”. Quanto è difficile eliminare gli stereotipi dalla scrittura?

    Mi sembra che la scrittura stessa consista nel non scrivere stereotipi. Se uno scrive stereotipi non sta scrivendo, non ha nemmeno cominciato a scrivere. 

    Beckett nell’Innominabile scrive “Non posso continuare, continuerò”.

    Sì, è una delle frasi-feticcio del modernismo. Ma chi la cita di solito dimentica che prepara l’effetto finale del romanzo, e dell’intera Trilogia. Dopo l’ultimo “bisogna continuare, e io continuerò”, il narratore smette di scrivere, e il libro finisce, proprio con quelle parole. È una clausola autoironica, ma è stata trasformata in un facile motto moralistico, da Super-Io che sprona sé stesso.

    Quando è importante sperimentare il fallimento?

    In arte non esiste fallimento. Esistono i tentativi che portano all’opera.

    Cosa è rimasto della Generazione Cannibale?

    Ammesso che di “generazione cannibale” si possa parlare per un episodio editoriale durato qualche mese e un’antologia di racconti (della quale io non facevo parte), mi sembra che alla domanda basta rispondere elencando i libri, validi o meno, che in questo quarto di secolo quegli autori hanno scritto.

    Come sono i rapporti con gli altri autori?

    Ottimi.

    Quando ha capito che sarebbe diventato uno scrittore?

    Io non mi definisco mai “scrittore”, mi sembra una parola troppo importante, bisogna guadagnarsela.

    Quali sono i libri che le hanno stravolto l’esistenza?

    Da bambino, I figli del Capitano Grant di Jules Verne, La macchina del tempo di H. G. Wells e L’assassinio di Roger Ackroyd di Agatha Christie; da ragazzino, Siddharta di Hermann Hesse, Tropico del Cancro di Henry Miller e Tonio Kröger di Thomas Mann. Da adolescente, le commedie di Plauto, le poesie di Catullo e Il Maestro e Margherita di Michail Bulgakov.

    5 libri da leggere:

    https://percorsi.life/2020/12/18/natale-5-libri-assolutamente-da-leggere/

  • INTERVISTE

    ECONOMIA SENTIMENTALE: PERCORSI INTERVISTA EDOARDO NESI

    Appena arrivato in libreria l’ultimo, bellissimo libro, di Edoardo Nesi Economia Sentimentale” -La Nave di Teseo- http://www.lanavediteseo.eu/

    Un libro carnale, tenero e feroce, un viaggio attraverso la pandemia, tra quello che siamo e ciò che potremmo diventare.

    Il libro si apre con una bellissima lettera indirizzata a suo padre, c’è una vecchia intervista in cui Muhammad Ali racconta di un destro preso da Earnie Shavers, un pugno fortissimo.

    In fondo la nostra è una continua lotta per non andare al tappeto, o più semplicemente per sopportare i colpi e rimettersi in piedi.

    Quante volte è andato al tappeto, come si è rialzato?

    Come tutti, mi son preso anch’io i miei cazzotti, e qualche volta sono andato giù, e ho imparato che a rialzarsi si impara. Da giovani è molto più difficile. C’è anche – io lo sentivo molto – il fascino dell’autocommiserazione, della gloria della sconfitta, a complicare le cose. Si sta giù perché ci garba star giù, perché è più facile dell’invocare la forza di rialzarsi. Invecchiando, questo fascino per fortuna svanisce, ma non diventa più facile rialzarsi. Se ne sente solo più forte l’impulso. E poi dipende dai cazzotti, certo, da quanto sono stati forti.

    Economia Sentimentale potrebbe sembrare un ossimoro, il suo è viaggio dolce e doloroso sulle strade della pandemia, un percorso impervio, imprenditori, baristi, disoccupati lo attraversano con il timor panico di non vedere la fine, come è nato il suo libro?

    Dall’ascolto, dallo sguardo, e dall’impossibilità di scrivere della pandemia mentre accade. La ricaduta economica del lockdown mi pareva invece molto interessante, e invece di mettermi a pontificare ho deciso di farmela raccontare sia da chi la subiva di più, sia da chi invece ne profittava.   

    Houellebecq afferma che “Questo virus accelera la distruzione delle relazioni umane, non ci risveglieremo, dopo l’isolamento, in un nuovo mondo; sarà lo stesso, ma un po’ peggiore» di quello precedente.”

    Mi pare di poter essere d’accordo. Il colpo alle relazioni umane è stato forte, e il poterci parlare via telefono o computer non cambia la sostanza dell’immenso problema di dover considerare pericolose la vicinanza, una stretta di mano, un abbraccio. Ce ne vorrà, credo, a tornare alle consuetudini di prima, almeno per chi non è giovane.

    Antonio Moresco, nell’intervista rilasciata a Percorsi ci ha detto che sente in giro che “l’obiettivo è tornare alla normalità, mentre l’ultima cosa che dovrebbe succedere è di tornare a una simile normalità. A una normalità che ci ha reso così fragili, così impreparati a questo incontro ravvicinato con l’Altro e col “male”. Con le nostre strutture economiche, politiche, mentali, culturali, sociali che si stanno dimostrando del tutto non proporzionali con quanto sta succedendo alla specie umana. Mentre bisognerebbe ripensare tutto, reinventare tutto.”

    La stessa cosa mi sembra pensino Enrico Giovannini e Livia Forth, due personaggi che ho intervistato nel libro. Non stavamo bene, prima, nel mondo, dicono. E mi pare abbiano ragione. C’è da capire come cambiare, in che direzione andare, e soprattutto accompagnati da chi.

    Come andrà a finire secondo lei?

    Mi commuoveva molto, all’inizio della pandemia, quell’ “Andrà tutto bene” scritto e disegnato e ripetuto dai bambini su quei cartelli multicolori. Mi commuove anche ora, forse perché non è andato tutto bene proprio per nulla, anzi. Finirà che il vaccino arriverà presto, e funzionerà. Voglio crederci. Devo crederci.

    In Storia della mia gente ha raccontato in modo mirabile la rabbia, le radici, le sofferenze dell’industria e del lavoro, come è cambiata in questi anni “la sua gente” ´

    I suoi problemi non sono cambiati. La sua tragedia sembra aver perso importanza, sciolta nel mare della disattenzione. In questo paese, del resto, le tragedie avvengono sempre fuori scena.  Curioso, e beffardo, come il lockdown e le chiusure, dopo l’impatto della globalizzazione, siano andate a pesare ancora una volta soprattutto su di loro.

    Viviamo nel territorio della viralità, tutto è pubblico, tutto è condiviso, una continua ricerca di coccole per l’ego che corre il rischio di condannarci all’ipersemplificazione, quanto è difficile raccontare il presente?

    Molto difficile, soprattutto se si vuol continuare a ripetere ciò che ogni secondo viene detto. Se si mira a spiegare senza approfondire. Se ci si accontenta di riecheggiare l’eterno chiacchiericcio della rete.

    Se oggi è arduo narrare il presente risulta ancora più complesso immaginare quello che arriverà domani, quale la sua idea di Futuro?

    È una domanda troppo grossa, e difficile. Ho scritto questo libro proprio per provare a rispondervi, e ho scoperto che un Futuro che valga per tutti non ci sarà. Saremo sempre più distinti, forse più soli.  

    Quali libri le hanno stravolto l’esistenza, quando ha capito che sarebbe diventato uno scrittore?

    Di libri importanti ce ne sono stati molti, certo. Più di tutti, però, Gatsby e Sotto il Vulcano. Ma anche i saggi di Joan Didion, i viaggi di Sebald, L’Età dell’Innocenza di Edith Wharton. Le poesie di Dylan Thomas. Tra gli italiani, i libri di Sandro Veronesi, maggio selvaggio di Albinati. Ma di certo ne scordo tanti. 

    Ha attraversato anche le strade della politica, come giudica le scelte degli ultimi anni dei vari Governi?

    L’impressione è che si governi un po’ a casaccio, più o meno. Renzi m’era garbato, soprattutto all’inizio.

    Di Francesco Rosati

  • INTERVISTE

    PERCORSI INTERVISTA ANTONIO MORESCO

    DON CHISCIOTTE, FALLIMENTI, RISCHI, LABIRINTI, ROMANZI, COVID.

    PERCORSI INTERVISTA ANTONIO MORESCO

    È appena uscito il suo ultimo libro “Chisciotte”, un personaggio che ha amato molto e a cui ha dato nuova vita, un Chisciotte che porta le cicatrici del nostro tempo, un romanzo da consegnare a chi sente ancora il bisogno di sognare, a chi non si rassegna a immaginare una vita “dall’altra parte”

    Sì, il mio Don Chisciotte è questo, è uno che allarga i limiti dei possibili.

    Anche se può sembrare il più sconfitto degli uomini, è lui il vincitore. C’è, nelle teorizzazioni moderne e soprattutto novecentesche della letteratura, una sorta di culto della sconfitta, sembra che i libri più sono buoni e più non possano che essere dentro questo scacco, nel raccontare la perdita e la sconfitta. Non era così nel passato, non sì, aveva questa idea aprioristicamente perdente della letteratura (come di ogni altra cosa). Non credo che gli autori dell’Iliade, della Divina commedia, ma anche dei Fratelli Karamazov, di Guerra e pace, dei Miserabili ecc vivessero così il loro essere scrittori e poeti. E’ venuto il tempo di sbarazzarci di tanta zavorra ideologica moderna e novecentesca, di rompere questo specchio della realtà e della sua duplicazione teorica in cui siamo imprigionati e di passare dall’altra parte, come singoli e come specie.”

    Lei è stato più volte rifiutato dagli editori, quanto è importante la gestione del fallimento nel percorso letterario (umano) di una persona?

    Mi ricollego a quanto ho appena detto. La mia vita di scrittore, i miei esordi sono passati attraverso fallimenti e sconfitte e io di sicuro ho dovuto convivere con un simile prolungato rigetto. Ma anche adesso -che pure la mia situazione è cambiata- una consistente parte del mondo culturale italiano non mi ha ancora incontrato e accettato. Eppure mi pare, anche nei momenti più duri e più neri, di non avere mai introiettato questi verdetti. Forse la mia gestione del fallimento è stata -semplicemente- non accettarlo mai, non arrendermi mai.

    http://antoniomoresco.semlibri.com/

    Come costruisce le sue storie, quanti “Canti del caos” deve attraversare per arrivare a una conclusione?

    Le immagini, i pensieri, le storie mi assalgono quando meno me lo aspetto e non mollano più la presa. Dopo di che, anche se non me ne accorgo, il mio cervello e il mio cuore cominciano a lavorarci sopra, finché, a un certo punto, mi trovo di fronte a qualcosa di grosso che non posso più scacciare. Sono come dei canti, dei canti del caos che cominciano a sussurrarmi qualcosa nelle orecchie e poi salgono sempre più di tono, finché non posso più non sentire la loro voce, e allora devo cantare anch’io con la stessa voce.

    Ama il rischio, l’azzardo, nei suoi testi si percepisce la voglia di misurarsi con la complessità, di farsi del male, sembra di trovarsi sempre a ridosso di un terremoto

    È così che vivo. L’avventura, il rischio, lo spingermi in zone non garantite e protette fanno parte del mio essere scrittore. A cosa serve altrimenti la letteratura? Per intrattenerci in attesa della nostra morte? Per crearci una piccola religione estetica separata? Per allestirci un posticino dove stare al calduccio? Pare anche a me di trovarmi sempre a ridosso di un terremoto, ma perché siamo -veramente- a ridosso di un terremoto.

    Misurarsi con i suoi romanzi è come entrare in un immenso labirinto, molti sono i rimandi ai libri precedenti, mirabili le porte che si aprono in una commistione tra vita e morte che sembra non esaurirsi, ha mai attraversato uno stato di quiete?

    Non lo so se ho mai attraversato degli stati di quiete, non mi pare. Come si fa a stare in quiete mentre i nostri corpi continuano a bruciare, come le stelle, le nostre cellule continuano a duplicarsi e a morire, la nostra mente a fantasticare e a soffrire, il nostro cuore a palpitare e a sognare…? Mi pare di avere provato dei brevi momenti di quiete mentre camminavo da solo, di notte, mentre stavo seduto sui gradini del Duomo di Milano con una lattina di birra in mano, mentre percorrevo a piedi mille chilometri e a fine tappa mi gettavo a dormire per terra sfinito. E, ancora, dopo essermi abbandonato con tutto me stesso all’amore.

    Nei suoi romanzi le trame spesso si distruggono per rinascere in nuove forme, una sorta di palingenesi esistenziale, come tra trascorrendo questo periodo?

    Questo è per me un periodo tumultuoso ma anche esordico. Lo sto trascorrendo spostandomi qua e là, perché è avvenuto un terremoto anche nella mia vita. Devo mettere su casa, risolvere tutta una serie di problemi come se avessi vent’anni, trent’anni, e invece ne ho 120!

    Distanziamento, mascherine, timor-panico, come usciremo secondo lei da questa pandemia?

    Non lo so. Sento in giro che l’obiettivo è tornare alla normalità, mentre l’ultima cosa che dovrebbe succedere è di tornare a una simile normalità. A una normalità che ci ha reso così fragili, così impreparati a questo incontro ravvicinato con l’Altro e col “male”.

    Con le nostre strutture economiche, politiche, mentali, culturali, sociali che si stanno dimostrando del tutto non proporzionali con quanto sta succedendo alla specie umana. Mentre bisognerebbe ripensare tutto, reinventare tutto.

    Quali libri le hanno stravolto l’esistenza, quando ha capito che sarebbe diventato uno scrittore?

    Sono tanti i libri e gli autori che hanno fatto irruzione nella mia vita, che ci hanno aggiunto qualcosa e non si sono fatti dimenticare, in vari periodi, prima dei vent’anni, dopo i trent’anni, dopo i cinquanta. Ne nomino una piccola parte: L’antico Testamento, i Vangeli, Omero, Dante, Leopardi, Don Chisciotte, Moby Dick, Dostoevskij, Kafka, la Dickinson, Murasaki… Ho capito che sarei diventato uno scrittore a trent’anni, dopo dieci anni deragliati e randagi, che quella era per me questione di vita o di morte, che quello era il filo rosso della mia vita e che -a differenza di ciò che avevo fatto a vent’anni-  non lo avrei più rinnegato e spezzato.

    Di Francesco Rosati

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  • INTERVISTE

    TUTTO STORTO:PERCORSI INTERVISTA MATILDE PIRAN E ANDREA FALCONE

    DUE ADOLESCENTI FUORI POSTO, STUFI DELL’IPOCRISIA DEI GRANDI, RUBANO UN PULMINO PER DISABILI E PARTONO PER MANHATTAN, IN CERCA DI UN POSTO DOVE ESSERE STORTI A MODO LORO.

    Il vostro è un libro sulla ricerca dell’identità, sulle presunte imperfezioni, un libro sulle tante barriere da superare, un viaggio, una fuga alla ricerca di una presunta normalità tutta da conquistare.

    D: Chi sono Elisa e Davide?

    AF: Nell’universo di “Tutto Storto”, Elisa e Davide sono due compagni di classe, in seconda superiore, che decidono di scappare insieme ancora prima di conoscersi. Nel nostro universo, sono due giovani attori, protagonisti dello spettacolo “Storto” di inQuanto teatro; anche loro si sono conosciuti alle Superiori. E poi, almeno un po’, Elisa e Davide siamo noi, Matilde ed io, perché nel vissuto dei personaggi c’è qualcosa del nostro, e nel loro tentativo di capirsi c’è la nostra stessa ostinazione. In ogni caso, sono due romantici, sgangherati, sboccati, incorreggibili Storti.

    D: Come è nato questo libro?

    MP: Si sarà capito: prima di diventare “Tutto Storto”, questa storia ha vissuto molte vite. Nella sua forma larvale era un compito per la scuola. Dovevamo parlare di qualcosa che conoscevamo bene, qualcosa che avremmo potuto insegnare agli altri, così ho scritto “Mongoloide, manuale di gioco”. Attraverso Andrea, che già da tempo lavorava come drammaturgo, “Mongoloide” è capitato tra le mani di Giacomo Bogani, regista, che ci ha proposto di trasformarlo in un testo teatrale. E noi l’abbiamo fatto. Così sono nati i personaggi di Elisa e Davide e, insieme a loro, lo spettacolo “Storto”.

    Nel frattempo, oltre allo spettacolo, stava nascendo una nuova casa editrice aperta alla lettura di nuovi progetti, anche di esordienti. Alessandro Mari, nostro (ex) maestro di scuola, ci ha suggerito di proporre la storia di “Storto”, e così siamo approdati a Marietti Junior. E, dobbiamo dirlo, non potevamo sperare in un’accoglienza migliore. Tutto il team ha accolto la nostra stortaggine facendola propria e presentandoci Marta Baroni, l’illustratrice perfetta per prestare la matita (e un po’ di anima) a Davide. Andiamo avanti veloce di qualche mese, ed eccoci qui, con “Tutto Storto” tra le mani. (Per

    inciso, Marietti Junior è ancora alla ricerca di storie, se siete interessati                             date                             un’occhiata                                                   qui https://www.mariettijunior.it/contatti/)

    D: Quante volte vi siete sentiti “Fuori posto?”

    AF: Continuamente. Una volta erano le persone (i ragazzi della mia età) a mettermi in agitazione, oggi sono più le emozioni. È difficile accettare la propria rabbia, l’imbarazzo, la paura, di fronte agli inciampi della vita, agli imprevisti, alle debolezze. Abbiamo forse l’abitudine a trattare queste cose come se fossero “una prova”, ma non è così. Credo che sia importante avere un po’ di pazienza con sé stessi. Costruire una reazione migliore un po’ per volta.

    MP: Io ci ho passato l’adolescenza, a sentirmi fuori posto. Ero incazzata e ostile e pensavo che tutti facessero schifo.  Poi però alcune persone, a cominciare da mio fratello, mi hanno fatto capire che sentirsi fuori posto non vuol dire per forza sentirsi male. Certo, non è la sensazione migliore del mondo, eppure essere storti, fuori posto, è ok. Succede. E soprattutto non succede solo a me.

    D. Siete ex allievi della Holden di Baricco, quanto è importante la formazione per diventare uno scrittore?

    MP: Se c’è una cosa che abbiamo capito, soprattutto lavorando in coppia, è che scrivere è un mestiere, e come tutti i mestieri in un modo o nell’altro va imparato. Naturalmente, una volta appresa la tecnica bisogna aggiungerci una storia, e non sempre succede di averne una a disposizione. In questo noi siamo stati fortunati. E poi, proprio come Elisa e Davide, senza la scuola non ci saremmo mai conosciuti!

    AF: Nella nostra immaginazione la scrittura è un’attività solitaria. Nella pratica, almeno per quel che mi riguarda, non è possibile senza il dialogo. Serve qualcuno che ti costringa a cancellare e riformulare le tue amate frasi, perché non sono mai chiare quanto pensavi. Questo può avvenire nelle Università (scrivendo la tesi), nella

    redazione di una rivista, in una compagnia di teatro.  Succede, in molti modi, anche a Scuola Holden, ed è sempre prezioso.

    https://scuolaholden.it/

    D. Da dove partite per costruire una Storia?

    MP: Io sono molto meno sistematica di Andre.

    AF: Non sono così sistematico! Scrivo scampoli di storie ovunque (su quaderni ma anche tovaglioli, moltissimi post-it, qualche scontrino) ma sono un cattivo genitore per queste storie. Le mollo per mesi in un cassetto. A volte mi ricordo improvvisamente di loro, magari in una conversazione.

    MP: A volte capita che quella conversazione avvenga tra noi due, e allora lì si parte insieme! E più la conversazione somiglia a una discussione, meglio è. A me la rabbia aiuta. Sia quando siamo in due contro un’ingiustizia, sia quando siamo l’uno contro l’altro. In entrambi i casi il risultato finisce sulla pagina.

    Poi ci sono anche storie che partorisco per i fatti miei, con dolcezza e tranquillità, ma quella è un’altra storia. Sono tempi duri per la dolcezza.

    D. Quali sono i vostri Percorsi letterari?

    AF: Se penso ai libri che mi hanno segnato come lettore, mi vengono in mente 3 o 4 flash. “Gli Sporcelli” di Roald Dahl. È uno dei primi che ricordo, per l’improvvisa consapevolezza di non essere solo: un libro era dalla mia parte contro gli adulti. Ricordo “Il mago” di Ursula K. le Guin e “Il Talismano” o “Il corpo” di Stephen King, storie che ho letto per riempire i pomeriggi da ragazzino, e che ho riletto da grande, per capire cosa mi avesse tenuto attaccato alla pagina. Oltre al fatto di essere una schiappa in tutti gli sport.

    MP: Anche per me Roald Dahl è un punto fermo. È grazie a lui se mi hanno chiamata così e, nonostante io non assomigli affatto alla Matilde del libro, anche a me è sempre piaciuto leggere. I tre grandi titoli della mia infanzia sono, in ordine di età, “Il trattamento Ridarelli”

    di Roddy Doyle, “Ascolta il mio cuore” (e quasi ogni altro libro) di Bianca Pitzorno e “Il barone rampante” di Italo Calvino. Ma ne dimentico di sicuro qualcuno. Non sono brava con le classifiche. Ora che sono “grande” (o almeno hanno smesso di crescermi i piedi) oltre a quello di lettrice provo a interpretare il ruolo di autrice. E questo percorso è solo all’inizio!

    Di Francesco Rosati

  • INTERVISTE

    RADESCHI E’ TORNATO:PERCORSI INTERVISTA PAOLO ROVERSI

    Lei è considerato tra i migliori esponenti del noir metropolitano, il suo Enrico Radeschi ha attraversato con la sua vespa gialla del 74 sette romanzi, torna ora con una nuova avventura nel suo ultimo libro “L’uomo della Pianura”, quale sfida affronterà il suo giornalista hacker?

    Questo romanzo è stato pubblicato 2009, mancava dalle librerie da diverso tempo, è un testo fondamentale per capire il percorso di Radeschi, qui è dove conosce il suo nemico giurato Hurricane.

    Il romanzo è’ tornato in libreria da un mese, chi ha seguito la serie di Radeschi (sono sette romanzi) potrà finalmente capire le evoluzioni del mio personaggio.

    Il suo Radeschi nasce del 2006, si ricorda come è nato il personaggio? In questi 14 anni la società ha subito profonde trasformazioni, come è cambiato l’approccio narrativo del personaggio?

    Il 2006 ha segnato il mio esordio, quando crei un personaggio non sai mai se diventerà seriale. In questi 14 anni sono cambiate molte cose, anche il personaggio è cambiato, rispetto ad altri autori il mio personaggio invecchia, la prima storia è ambientata tra il 2001 e il 2002, ogni romanzo è ambientato in un’epoca diversa, attraverso Radeschi racconto i cambiamenti di Milano, dell’Italia, anche il giallo è una cartina tornasole di chi siamo stati, di chi siamo e di chi saremo.

    Ha dedicato tre libri a Charles Bukowski, come vivrebbe oggi il suo alter ego Henry Chinasky? Come l’ha affascinata del grande scrittore americano?

    Oggi Henry Chinasky vivrebbe male, tutto è cambiato, era perfetto per l’epoca in cui viveva, oggi gli starebbe un po’ stretta. Mi ha sempre affascinato la prosa di Bukowski, la capacità di scrivere in maniera chirurgica, battute che funzionano, non a caso molti degli aforismi che troviamo in rete sono suoi, era bravissimo a trovare in poche parole il senso della frase, anche nei dialoghi, rimane ancora oggi un punto di riferimento per la mia scrittura.

    Ha lavorato con una grandissima artista, Nanda Pivano, ci può regalare un ricordo, un aneddoto?

    Ho conosciuto Nanda per caso, lei aveva una passione per gli scrittori, quando sono arrivato a Milano presi un banale elenco del telefono, la Nanda era sull’elenco, le telefonai e le chiesi se potevo vederla per parlare di Bukowski, mi disse “Se tu sei amico di Bukowski sei anche un mio amico, vieni”.

    Sono andato a casa sua il pomeriggio dopo con il mio registratore e ho fatto l’intervista che è diventata uno dei miei primi saggi su Bukowski.

    Una volta eliminato l’impossibile, ciò che rimane, per quanto improbabile, dev’essere la verità. È la lezione di Artur Conan Doyle, scrivere un romanzo giallo è operazione molto complessa, trama, suspense, colpi di scena, si corre spesso il rischio della banalità, da dove partire? Quali sono le tecniche da imparare?

    Scrivere un romanzo giallo è molto impegnativo, il giallo oltre alle difficoltà classiche della scrittura ha delle regole da rispettare, ha un pubblico molto attento, che non vuole essere preso in giro, che vuole essere stupito, bisogna trovare sempre delle soluzioni nuove in un paesaggio che è già stato esplorato da tanti romanzi, serie televisive.

    Per scrivere dei romanzi gialli bisogna leggere molto e studiare i meccanismi della suspense e del colpo di scena.

    Nella grande Bellezza Sorrentino fa dire a Jep Gambardella “è così triste essere bravisi rischia di diventare abili. Quanto è difficile eliminare gli stereotipi dalla scrittura?

    Gli stereotipi della scrittura sono impossibili da eliminare, quando cominci a scrivere entri in un sistema di editori, agenti letterari che vuole farti diventare una parte dell’ingranaggio, è fondamentale trovare la propria voce, il proprio stile, quando il lettore ti riconosce cadono tutti gli stereotipi.

    Lei si occupa anche di scrittura creativa con la Holden di Baricco, da dove parte con gli studenti?

    Con i miei studenti parto raccontandogli che cosa è il giallo, approfondiamo  i vari generi, il mistery, il noir, il thriller.

    Partendo da qui li faccio ragionare sulla loro storia, non tutte le storie sono adatte per un romanzo giallo e non tutti i romanzi gialli sono efficaci allo stesso modo, bisogna trovare delle storie, dei personaggi che si adattino al romanzo giallo.

  • INTERVISTE

    IL CASO MARTA RUSSO

    L’INTERVISTA CON VITTORIO PEZZUTO

    Percorsi intervista Vittorio Pezzuto, autore di “Marta Russo: Di sicuro c’è solo che è morta.”

    LA STORIA

    La mattina del 9 maggio 1997 una pallottola colpisce alla testa la studentessa Marta Russo mentre sta passeggiando in un viale dell’Università “La Sapienza”.
    La sua morte, avvenuta quattro giorni dopo, desta un enorme clamore in tutta Italia. Chi l’ha uccisa, e perché? Ben presto gli inquirenti si convinceranno che a sparare sia stato il dottorando Giovanni Scattone, con la complicità del collega Salvatore Ferraro.
    Il loro movente? L’assenza di un movente. Ad accusarli vi sono testimonianze controverse e una particella di bario e antimonio trovata sulla finestra dell’aula 6 dell’Istituto di Filosofia di diritto.

    Una storia incredibile, oscura e sfuggente ma anche rivelatrice di un certo tipo di Italia, di un certo tipo di magistratura, di un certo tipo di Università, di un certo tipo di giornalismo.

    L’INCHIESTA


    La racconta il giornalista Vittorio Pezzuto (già autore della fortunata biografia di Enzo Tortora “Applausi e sputi”) nel corposo e accurato libro-inchiesta “Marta Russo, di sicuro c’è solo che è morta”, il cui titolo richiama quello che il direttore de l’Europeo Arrigo Benedetti volle dare alla clamorosa inchiesta di Tommaso Besozzi che smontò la versione ufficiale sull’uccisione del bandito Salvatore Giuliano.
    Scritta con uno stile avvincente che inchioda l’attenzione del lettore fin dalla prima pagina, quest’opera non solo costituisce il testo definitivo su questo caso giudiziario ma rimane tutt’oggi un punto di riferimento obbligatorio per tutta la saggistica di genere

    «Mi sono avvicinato a questa storia senza pregiudizi – spiega Pezzuto – costruendomi un imponente archivio personale che comprende i circa 15mila documenti dell’inchiesta e del processo (interrogatori, perizie balistiche, intercettazioni ambientali e telefoniche, trascrizioni delle udienze in Corte d’Assise), tutti i take di agenzia sul caso lanciati dal 1997 al 2015 nonché circa 8mila articoli ed editoriali apparsi sui maggiori quotidiani e periodici.
    Ben presto mi sono accorto che i conti non tornavano: assenza di qualsivoglia movente, arma mai ritrovata, testimonianze dell’accusa fragili e contraddittorie, impossibilità di definire la traiettoria del proiettile, dubbia provenienza della particella di bario e antimonio (per Scotland Yard si trattava molto probabilmente di un residuo di frenatura d’auto), errori fondamentali nella lettura degli orari dei tabulati telefonici, ecc. Su tutto l’esigenza della Procura di trovare un qualsivoglia colpevole per rassicurare l’opinione pubblica già scossa da molti delitti insoluti nella Capitale».

    Il libro di Pezzuto ripropone per la prima volta i tanti “buchi neri” dell’inchiesta nonché i diversi colpi di scena nei diversi gradi del processo che portarono alla condanna dei due giovani. Ma soprattutto arriva a una conclusione sconvolgente su un caso che per larga parte dell’opinione pubblica resta ancora inspiegabile. Non è forse un caso se tutti i maggiori editori italiani abbiano rifiutato di pubblicarlo, adducendo i motivi più diversi: «Questa storia non interessa più nessuno», «Non avrebbe un mercato», «Ci piace molto ma abbiamo paura di essere citati dai magistrati»… Pezzuto ha così deciso di metterlo in vendita direttamente su Amazon.