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    LA SCUOLA CATTOLICA: QUANDO VIETARE È SOLO LA TRAMA DI UN PESSIMO FILM

    La rimozione per Freud è un meccanismo psichico che allontana dalla coscienza desideri e pensieri considerati inaccettabili e intollerabili dall’Io. Preferiamo allontanare la vergogna, ci difendiamo con l’oblio, piuttosto che analizzare la realtà preferiamo chiudere gli occhi e passare a un altro film, magari meno bello ma più rassicurante, meno violento, non in grado di mettere in discussione le nostre flebili certezze.

    Il 7 ottobre è uscito al cinema “La scuola Cattolica”, un film di Stefano Moldini tratto dall’omonimo romanzo di Edoardo Albinati. Racconta il massacro del Circeo, la storia di due giovani donne, Rosaria Lopez e Donatella Colasanti, seviziate e stuprate da un gruppo della Roma bene. Rosaria Lopez perde la vita dopo ore di violenza, Donatella Colasanti si salva per miracolo, fingendosi morta. Morirà il 30 dicembre del 2005 per un tumore al seno, mentre attendeva di partecipare all’ennesimo processo contro uno dei suoi massacratori, Angelo Izzo. Le sue ultime parole sono state «Battiamoci per la verità».

    Una storia terribile, che dopo 46 anni ancora sconvolge la nostra coscienza collettiva. Una storia che i minori di 18 anni non potranno vedere perché il film, secondo la Commissione per la classificazione delle opere cinematografiche, «presenta una narrazione filmica che ha come suo punto centrale la sostanziale equiparazione della vittima e del carnefice». Il bollino censorio arriva a sei mesi dall’intervento del ministro della Cultura Franceschini che ha dichiarato archiviato il sistema dei controlli che consentiva allo Stato di intervenire sulla libertà degli artisti. Censura che ha attraversato tutta la storia del cinema italiano, dal regio decreto degli anni Dieci che imponeva un nulla osta prima della proiezione di un film, passando per i controlli del fascista Minculpop, fino alle critiche dell’allora sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giulio Andreotti che di fronte al quadro desolante e impietoso dell’Italia raccontato nel film di Vittorio De Sica “Umberto D” affermò che «i panni sporchi si lavano in casa». Col risultato che negli anni, a subire tagli significativi alle loro opere, sono stati registi del calibro di Pasolini, Antonioni, Bertolucci, Ferreri e Cavani.

    Chiediamo il voto per i sedicenni, ci lamentiamo per il nichilismo, la violenza, la drammatica mancanza dei valori dei giovani, assistiamo inermi all’esibizione del corpo della donna come un trofeo, alla perversa equiparazione (stavolta sì) tra vittima e carnefice ma preferiamo chiuderci nell’ipocrita, bigottissima posa del politicamente corretto. “La Scuola Cattolica” voleva raccontare proprio questo, mostrare che atrocità e dinamiche sessiste ancora esistono ma i minori di 18 anni purtroppo non potranno vederlo. Preferiamo lasciarli inebetiti a guardare i video di TikTok. Veramente la trama di un pessimo film.

    Articolo uscito su La Ragione

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    È ARRIVATA L’ORA DI RISCOPRIRE IL FANTOZZI CHE È IN NOI

    A 50 anni dalla pubblicazione è arrivata l’ora di riscoprire il Fantozzi che è in noi


    Nel 1971 Paolo Villaggio pubblica il suo primo libro, “Fantozzi”. Aveva iniziato a scrivere di questo ‘uomo senza qualità’ nel 1968, quando le piazze gridavano immaginazione al potere, potere al popolo, tutto e subito. Sono gli anni della contestazione, della divisione manichea tra servi e padroni, tra impegno e leggerezza e che finiranno per sporcarsi con qualche piombo di troppo. Pubblicato da Rizzoli, il libro vende un milione di copie e si guadagna 20 ristampe, mentre nel cassetto sta già attendendo il suo turno “Il secondo tragico Fantozzi”. Il resto è storia: dieci film e un nome che è diventato aggettivo, filosofia, sberleffo. Sono passati cinquant’anni da quella prima pubblicazione e il nostro ragioniere è ancora l’archetipo del perennemente umiliato, il tragico eroe che pur conoscendo il proprio destino corre disperatamente verso una catastrofe annunciata. L’eterno sconfitto, vessato dai capi, con amori che non strizzano l’occhio alla perseveranza, con gratificazioni stile Godot che non arriveranno mai.
    Ma siamo proprio convinti che Fantozzi Ugo sia uno sconfitto cronico mentre chi ride delle sue disavventure, anche adesso, sia un figo da invidiare e senza alcun disagio? Non si direbbe. Da una recente ricerca dell’Unicef emerge che un adolescente su sette soffre di un disturbo mentale diagnosticato e che un giovane su 5 (tra i 15 e i 24 anni) ammette di sentirsi depresso e di avere poco interesse per le attività che svolge. Viene da chiedersi quale società stiamo costruendo per le future generazioni. Il presente regala stereotipate pose di superomismo, porzioni di vita idealizzata da vendere al miglior offerente. Il disagio non è mai contemplato, il fisico è un ingranaggio da mortificare con estenuanti sedute di allenamento, gli obiettivi sono tutti a prova di social. Questa ostentata costruzione del personaggio perfetto in realtà non regala grandi vittorie ma nasconde paura, insofferenza e insicurezza patologica.
    Converrebbe forse recuperare il Fantozzi che è in noi, sia pure senza mutandoni ascellari, giacche oscene e baschi vetusti. Sarebbe sufficiente la consapevolezza fantozziana dei propri limiti, delle proprie mediocrità, della voglia di provarci comunque perché, prima o poi, i 92 minuti di applausi arrivano.

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    IL FUTURO PASSA DALLO SPAZIO

    «Io ne ho viste cose che voi umani non potreste immaginarvi: navi da combattimento in fiamme al largo dei bastioni di Orione, e ho visto i raggi B balenare nel buio vicino alle porte di Tannhäuser. E tutti quei momenti andranno perduti nel tempo, come lacrime nella pioggia. È tempo di morire». Chi non ricorda il monologo pronunciato dal replicante di Blade Runner, il capolavoro di Ridley Scott ispirato da “Il cacciatore di androidi” di Philip Dick. Da sempre lo spazio si apre al territorio dell’immaginazione, tra futuri più o meno distopici e altre terre da conquistare.

    In realtà il futuro dello spazio è meno romantico, non parla di stelle cadenti ma di ingenti risorse economiche. Nel Pnrr, all’interno della missione “Digitalizzazione”, ben 1,49 miliardi di euro sono destinati proprio alla Space Economy.

    https://laragione.eu/litalia-de-la-ragione/il-futuro-passa-dallo-spazio/#.YV2pPoJ4pB8.twitter

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    SCUOLA: LA RICREAZIONE È FINITA

    Docenti poco motivati e programmi vecchi, la scuola per gli italiani è ancora inadeguata.
    Le lezioni sono appena iniziate ma è già tempo di scrutini; stavolta però a dare i voti non sono solo i docenti ma anche studenti e genitori.
    Risultato? La scuola conquista un 6 stiracchiato, con poche promozioni e molti ci rivediamo a settembre.
    Dal report “Gli italiani e la scuola” curato l’osservatorio dell’area studi di Legacoop, emerge un quadro per nulla edificante: un campione nazionale di 1000 tra studenti, docenti e genitori con figli in età scolare ha puntato il dito su programmi obsoleti, (52% con punte del 67% tra gli under 30 e del 60% nel Nord Est) tecnologie inadeguate, (50%, 57% sud e isole), classi sovraffollate (39%), scarsa motivazione dei docenti (50%).
    Incapace di fornire competenze adeguate al mercato del lavoro e con differenze marcate tra le diverse aree del paese (per il 59% degli intervistati le scuole sono migliori al nord, 92% nord est, 82% Nord Ovest)
    la scuola italiana per gli intervistati è poco green (per il 77% inadeguata) e con competenze digitali quasi inesistenti (78% di giudizi negativi)
    Pessime notizie anche sul fronte dell’edilizia scolastica, che non entusiasma gli intervistati.
    Secondo un report realizzato lo scorso anno della Fondazione Agnelli l’età media degli edifici scolastici è di 52 anni, due scuole su tre sono state costruite prima del 1976. Servirebbero quindi scuole più sicure, sostenibili, innovative, digitalizzate.
    La campanella è suonata da tempo ma le riforme non sono ancora entrate.
    Da dove ripartire? Per molti esperti di pedagogia le scuole dovrebbero adottare la didattica sulle “quattro C”: critica, comunicazione, collaborazione e creatività.
    Nelle “21 lezioni per il XXI secolo” Harari sostiene che le scuole “dovrebbero ridurre le conoscenze tecniche specifiche e sviluppare le abilità utili alla vita in generale. La più importante delle quali sarà la capacità di gestire il cambiamento, di imparare nuove cose, e di mantenere il controllo in situazioni di emergenza. Per rimanere al passo con il mondo del 2050, avrete bisogno non solo di inventarvi nuove idee e prodotti – avrete soprattutto bisogno di reinventare continuamente voi stessi.”
    La frase ricorrente dei docenti “il ragazzo è intelligente ma non si applica” questa volta può essere rigirata alla scuola, con una sola certezza: la ricreazione non è neanche cominciata

    Articolo uscito su La Ragione

  • STORIE

    STIAMO CRESCENDO UNA GENERAZIONE DI RIMBAMBITI

    Iperprotetti, coccolati, paralizzati di fronte ai problemi
    Stiamo crescendo una generazione di rimbambiti
    Su La Ragione del 9 settembre

    Col pretesto di preservarli a tutti i costi, stiamo togliendo ai nostri figli la capacità di smarrirsi, di farsi male, di sperimentare, di mettersi in gioco

    Holden Caulfield è il figlio sedicenne di una benestante famiglia americana. Non sopporta l’ipocrisia, ha una fottutissima paura di diventare grande, regole ed etichette sono le paure da cui scappare. Il Natale è vicino, la scuola un moltiplicatore di noia, i compagni non troppo stimolanti. Viene espulso, prepara le valigie, scappa a New York e cerca di capire dove vadano le anatre quando il gela il laghetto del Central Park. Intanto i genitori ignorano che il figlio vaga in giro per la città alla ricerca di un tetto.
    Del libro sappiamo tutto e questa non è una recensione letteraria, il problema è che con il registro elettronico oggi il nostro giovane Holden sarebbe ancora chiuso nella sua stanzetta. Probabilmente non sarebbe stato neanche espulso perché grazie al controllo dei genitori avrebbe superato tutti gli esami. Sarà forse vero che gli esami non finiscono mai, ma vediamo file interminabili di genitori gridare al mondo gli eccellenti voti dei figli. No, niente fraintendimenti: non è orgoglio genitoriale, è che i voti sono i loro. Si aggirano ogni giorno come carcerieri tra problemi di matematica e sintesi di storia, neanche l’ora d’aria è concessa perché è una drammatica e puerile concessione alle cose da finire. Passano le notti a studiare i programmi universitari, anche se i figli hanno appena perso il primo dentino. Sui loro telefonini troneggiano decine di app per vedere dove vadano i figli anche quando il percorso più lungo è quello che passa tra la stanza e il bagno.
    Non ce ne rendiamo conto, ma con il perverso tentativo di preservare i nostri figli dalle più o meno sensate insidie gli stiamo togliendo la capacità di smarrirsi, di farsi male, di sperimentare, di mettersi in gioco. In sostanza stiamo crescendo una generazione di rimbambiti con la pelle liscia, il corpo senza cicatrici. Inibita ogni possibilità di fallimento – che si tratti di prove da superare o semplicemente di giochi in cui misurare la propria audacia – siamo sempre loro accanto, sempre pronti a tirarli su, con il prosaico «Non ti preoccupare» in modalità loop. Critichiamo loro passività da social network ma gli stiamo costruendo un “Truman Show” in cui tutto sembra corretto, gli diamo le chiavi ma il percorso lo studiamo nei minimi dettagli. Niente umiliazioni, eluso qualsiasi tipo di angoscia. Rigorosissimi quando devono fermare una lentissima altalena e pronti a perdonare ogni tipo di nefandezza, ho visto genitori entrare in analisi per un «No!» gridato in un momento di leggerezza.
    In questa meravigliosa vita programmata la noia non è contemplata; responsabilità, frustrazioni, ostacoli, mortificazioni sono stati d’animo da vedere in un documentario con un bel pacco di popcorn accanto. «Ho fallito, non importa, riproverò, fallirò meglio» scriveva Samuel Beckett. Niente panico, anche stavolta il fallimento sarà controllato. Dai genitori.

  • STORIE

    CARMELO BENE: UN ARTISTA DA FESTIVAL

    Idolatrato, amato fino al parossismo, criticato, dannatamente compreso, inutilmente interpretato. Del suo teatro hanno scritto grandi filosofi come Deleuze e Klossowski. Per un breve periodo, tra il 1968 e il 1973, sperimenta anche il cinema. Il tentativo è quello di sottrarlo dalla dittatura del racconto: quello di Bene è insomma un cinema negato, vissuto con la furia dell’iconoclasta, con la consapevolezza che sarà solo una piccola parantesi del suo percorso artistico. In “Vita di Carmelo Bene”, l’autobiografia scritta con Giancarlo Dotto, spiega di essere arrivato al cinema «dal detestar qualcosa. Per poi demolirla».
    Nel 1968 sbarca al lido con Lydia Mancinelli e una pletora di amici; dormono all’Hotel Excelsior, sporcano di vino le strade della laguna e svegliano i camerieri alle tre di notte per un piatto di vongole. Il film che presenta è “Nostra signora dei turchi”, un’opera dichiaratamente anti ‘68, in dispregio «non solo a quel maggio italo-gallico, ma a tutti i maggi social mondani della storia». Mentre il cinema di quel tempo chiedeva l’impegno, lui si concentra esclusivamente sulla forma. Tratto dall’omonimo romanzo scritto da Bene nel 1966, ripercorre la vicenda della strage, a opera dei turchi, degli 800 martiri di Otranto che rifiutarono di convertirsi all’Islam. Nel film passato e presente si fondono, l’invasione dei turchi si mescola con quella dei turisti durante la stagione estiva. Carmelo Bene è la voce narrante-delirante, una voce fuori campo che attraversa tutto il film, prende le sembianze di uno dei martiri e ne descrive i tormenti. È la morte, raccontata da un vivo.
    Definitolo più volte la somma insignificante di tutti i fallimenti del Novecento, a suo giudizio il cinema è tutto da de-strutturare, un’immagine da demolire attraverso un montaggio convulso, luci esasperate e azioni che non sono mai progressive. Non riconoscendogli la capacità di raccontare storie, il tentativo (ambizioso) è quello di creare musica per gli occhi. Vincerà il Leone D’argento – Premio speciale della giuria, ex aequo con “Le Socrate” di Robert Lapoujade.
    Non pago della sbornia dei festival, l’anno successivo porta “Capricci” a Cannes. Già dal sottotitolo “È un bell’attentato a tutto ciò che d’istituzionale, ricattatorio c’è nel visivo” si percepisce la sua voglia di dichiarare guerra al cinema convenzionale. La pellicola verrà apprezzata dal poeta Jacques Prèvert e descrive due storie parallele: quella di una giovane donna che cerca di assassinare l’anziano marito e quella di un uomo che cerca il suicidio provocando incidenti d’auto. Nel 1972 torna al Festival non competitivo di Venezia con “Salomè”, trasposizione cinematografica della sua opera teatrale. È il film più ricco di Carmelo Bene: costato 150 milioni di lire viene accolto benissimo dai suoi estimatori Arbasino, De Chirico, Moravia, Flaiano; meno dal pubblico: insulti, sputi, violenze, per sedare il pubblico deve intervenire l’esercito.
    Il percorso cinematografico di Carmelo Bene si chiude nel 1973 con “Un Amleto di meno” ispirato più da “Amleto, ovvero le conseguenze della pietà filiale” di Jules Laforgue che da Shakespeare. Presentata al Festival di Cannes, la pellicola propone un Amleto coloratissimo, un artista che non comprende ciò che gli viene chiesto dalla storia, un Amleto scarnificato, che viene letteralmente tolto di scena. Dopo questo film il grande artista salentino abbandonerà il cinema. E non si può dire che sia stato un ‘Bene’.
    Articolo uscito Su La Ragione del 3 settembre.

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    CASA BALLA

    Il 18 luglio del 1871 nasce a Torino il figlio di una sarta e di un chimico industriale, si chiama Giacomo e rivoluzionerà l’arte italiana.
    Rimarrà orfano di padre a nove anni, dimostra immediatamente una spiccata propensione per l’arte, inizia dalla musica, prende un violino, la musica è bella ma non c’è strepito, non c’è furia, la passione è fugace e passa alla pittura.
    Inizia alla società promotrice di Belle Arti a Torino, qui conosce uno scrittore, si chiama Edmondo De Amicis e regalerà alla letteratura italiana un romanzo universale, il libro cuore.
    Abbandona Torino, parte con la madre per trasferirsi a Roma, città che non abbandonerà mai.
    Il futurismo è ancora lontano, il giovane Balla inizia a separare i colori, i suoi quadri sono punti punti o linee che interagiscono, l’effetto ottimo è stimolante, la corrente è quella del divisionismo, ne diverrà uno dei promotori insieme a Boccioni e Sironi.
    Nell’arte nulla è definitivo, certezze non esistono, chi non è in grado di prendersi poeticamente a calci nel culo, a sputarsi in faccia continuamente è bene che prenda altre strade, perché quelle della creatività sono inibite.
    Tutto è da rifondare, tra arte e vita non c’è più distinzione, è rumore, vibrazione, sono oggetti che si fondono, che riprendono forma, è sinestesia, estetica.
    Siamo nel 1915 e Giacomo Balla e Fortunato Depero scrivono un testo avanguardista, si chiama Ricostruzione Futurista dell’universo e segnerà per sempre la vita di Balla.
    Mette tutte le sue opere figurative all’asta e inizia a firmarsi FuturBalla

    Anche le case non sono banali abitazioni ma strumenti di lavoro, pagine vergini da contaminare, da far esplodere in cromie dai confini indefiniti.
    Quella di Balla si trova in un signorile quartiere di Roma, Della Vittoria.
    Al civico 39 B di Via Oslavia, c’è un edificio anonimo, non appariscente,
    ci entra nel 1929 insieme alla moglie Elisa Marcucci e le due figlie Luce ed Elica. Attaccata alla porta c’è una targa in metallo “Casa Balla”, varcata la porta si entra in un meraviglioso laboratorio di sperimentazione.
    Spazi bianchi non esistono, è tutto un gioco di colori, di oggetti che prendono forma, di stanze di rumore che gridano forte che nulla può essere rinchiuso.
    Per celebrare i 150 anni dalla nascita del pittore futurista il MAXXI apre per la prima volta le porte di un meraviglioso laboratorio di sperimentazione.
    Chiusa negli anni Novanta, è stata dichiarata di interesse culturale nel 2004, dopo vari interventi di restauro, dell’istituto centrale per il restauro e successivamente della Soprintendenza speciale di Roma, in collaborazione con la Banca d’Italia e gli eredi.
    Grazie a un lavoro di ricognizione, studio e messa in sicurezza dei beni curato dal MAXII è stato finalmente possibile aprire le porte al pubblico.
    Chi passa per Roma potrà immergersi, fino al 21 novembre, nel labirinto creativo dell’artista.

    Articolo uscito sulla Ragione del 17 agosto

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    IL POSTO DELLE CASE

    Probabilmente viviamo due vite (tanto per citare il bellissimo libro di Emanuele Trevi che ha vinto l’ultima edizione dello Strega) quella esposta, rappresentata, edulcorata e quella che si chiude nelle case che abbiamo calpestato.
    Frammenti che rimangono nella testa per anni, oggetti che erano fondamentali prima e dopo non lo sono più.
    È quello che ci siamo lasciati alle spalle, quello che forse arriverà domani.
    Per rimanere all’ultima edizione dello Strega è “Il Libro delle case”
    Nel suo libro Andrea Bajani narra la storia di un uomo raccontata attraverso le case in cui ha vissuto, un catasto esistenziale fatto di frammenti di angoli, di finestre, paesaggi.
    Un gioco della memoria, la voglia di re-incontrare il bambino di un tempo, con la possibilità di rubare un po’ di quella felicità.
    Le case segnano la nostra esistenza, è la nostra piccola porzione di mondo, da esporre, a volte in modo ieratico, come il castello neorinascimentale che si fece costruire Alexandre Dumas.
    Sui muri esterni fece scrivere i titoli dei suoi libri, sulla facciata i ritratti degli scrittori che più amava, con il suo ovviamente in posizione dominante.
    Sommerso dai debiti fu costretto a vendere ma questa, citando un altro scrittore, “è un’altra storia”
    Case rifugio, come quella di Samuel Beckett che fece costruire intorno alla sua villetta un muro di cinta per non essere disturbato da fotografi e vicini curiosi.
    Case anelate per anni, come la Torre di Chia che stregò Pasolini durante le riprese del “Vangelo secondo Matteo”
    Qui trascorse i suoi ultimi anni, qui scrisse una parte di “Petrolio” e molte delle sue “Lettere Luterane”
    Gli dedicò anche una poesia “Ebbene, ti confiderò, prima di lasciarti, / che io vorrei essere scrittore di musica, / vivere con degli strumenti/ dentro la torre di Viterbo che non riesco a comprare/ nel paesaggio più bello del mondo, dove l’Ariosto/ sarebbe impazzito di gioia nel vedersi ricreato con tanta/ innocenza di querce, colli, acque e botri, / e lì comporre musica/ l’unica azione espressiva/ forse, alta, e indefinibile come le azioni della realtà.
    Case che segnano una generazione, come la casa/prigione di Moro, o quelle scelte per andare a morire, tipo la casa romana di Keats.
    Nei mesi trascorsi nella casa di Piazza di Spagna non scrisse neanche un verso, la tubercolosi lo stava uccidendo.
    Case adornate da tanti piccoli oggetti feticcio, come la piccolissima scrivania di Balzac, la poltrona tanto amata da Mallarmé, i sontuosi tappeti di Dickens o il famoso bagno in marmo verde di Malaparte a Capri.

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    DIO È MORTO, MARX È MORTO E ANCHE GLI INTELLETTUALI NON SI SENTONO MOLTO BENE

    Andate a casa nani, levatevi davanti, per la mia rabbia enorme mi servono giganti, cantava Guccini in Cirano.
    Distrutte dal politicamente corretto, ridotte a compassate manifestazioni di dissenso, bruciate dalla schizofrenia social le polemiche ontologicamente stimolanti sono come i vecchi vinili da rispolverare ogni tanto per vedere l’effetto che fa.
    Non serve l’effetto nostalgia del Pasolini di Valle Giulia, non basta nemmeno togliere un po’ di polvere al Deleuze de “La fine degli intellettuali” perché il dibattito pubblico è anestetizzato da anni.
    Sarà che bruciamo polemiche in 140 caratteri, sarà forse, come sostiene Bauman, che tutto si trasforma in merce, ma l’unico dato certo è che il prodotto è drammaticamente scadente.
    Tutto viene progressivamente depotenziato, la famosa canzone dei Clash “London Calling “si è trasformata da paradigma di una rivolta generazionale a inno dei giochi olimpici di Londra del 2012.
    Orfani dei tanti intellettuali che hanno contaminato generazioni ci rimangono gli avanguardisti della domenica, gli insolenti da salotto, gli urlatori a gettone, la funzione dell’intellettuale di sciasciana memoria “Uno che esercita nella società civile la funzione di capire i fatti, di interpretarli, di coglierne le implicazioni anche remote e di scorgerne le conseguenze possibili. La funzione, insomma, che l’intelligenza, unita a una somma di conoscenze e mossa – principalmente e insopportabilmente dall’amore alla verità, gli consentono di svolgere” versa da anni in stato comatoso.
    La figura del guastafeste, dell’intelligenza critica nel post ideologico è stata progressivamente istituzionalizzata, non serve più, ci si accontenta di pseudo esperti e presunti geni del marketing.
    Servono nuovi impenitenti polemisti, ieratici dissidenti, giocosi rompicoglioni.
    Sarà forse arrivato il momento di tirare fuori gli intellettuali dalla caverna, ovviamente se non sono morti nel trovare la via d’uscita.
    Articolo uscito su La Ragione di oggi

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    ATLANTE CALVINO

    Scrivere, diceva Calvino,” è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto.”
    Depurato dalle consunte citazioni sulla leggerezza che plana sulle cose dall’alto, senza lascare macigni sul cuore, Calvino è autore tanto affascinante quanto complesso da decifrare.
    Calvino non pretendeva di capire la complessità del mondo, si accontentava di misurarla, con la mente aperta e con la consapevolezza che la narrazione deve aprire il meraviglioso territorio delle possibilità.
    Tutto il mondo di #Calvino in un atlante.
    Su La Ragione
    In edicola a 0,50, gratis online