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ELOGIO DEL TEMPO IMPERFETTO

Non è arrogante come l’imperativo, definitivo e senza speranza come il passato remoto, lontano e quasi condannato all’oblio come il trapassato. È l’imperfetto, quello che Umberto Eco definiva un tempo durativo e spesso iterativo. È il tempo di quell’azione che non si è ancora pienamente compiuta, un tempo affascinante in cui si perdono i confini del tempo.
Nel suo capolavoro “Sylvie” Gérard De Nerval ne fa un uso bulimico. Nei primi cinque paragrafi, sulle sessanta forme verbali usate cinquantatré sono imperfetti. Questo meraviglioso racconto, tanto amato dallo stesso Eco, presenta un intreccio senza fabula: c’è un giovane intellettuale parigino innamorato di un’attrice e i ricordi volano tra balli, teatri, amicizie, altre donne (eteree e irraggiungibili), vecchi amori da cui tornare per non subire gli oltraggi del tempo. In questo tempo perduto è proprio l’uso dell’imperfetto che si consacra a quello che Eco definisce «effetto nebbia», uno spaesamento simile a «quella soglia mattutina in cui ci si risveglia lentamente, e si confondono le prime riflessioni coscienti con gli ultimi bagliori onirici».
Un tempo meraviglioso l’imperfetto, da molte grammatiche ignorato o colpevolmente sottovalutato: per gli inglesi non esiste, i tedeschi lo trattano come il passato remoto. Sembra un insulto, qualcosa da colmare, una piccola imperfezione da trattare con cura, una parentesi tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora accadere. La grammatica russa ha pochissimi tempi, distingue solo tra perfettivo e imperfettivo. In questo universo magico ogni verbo può essere declinato, con questo del «doman non v’è certezza» sono state scritte tra le più belle pagine della letteratura mondiale.
Un tempo narrativo, l’imperfetto, che Marcel Proust definiva come un tempo crudele che «ci presenta la vita come qualcosa di effimero e passivo, che al momento stesso in cui rievoca le nostre azioni le marchia di illusione, le annienta nel passato senza lasciarci, come il passato remoto, la consolazione dell’attività». L’autore de la “Recherche” si riferiva alla scrittura di Gustave Flaubert ma in realtà riguarda tutti noi, che ci portiamo dietro una congerie di azioni non portate a termine, attimi che si sono svolti e che forse ritorneranno.
Magari il nostro imperfetto si trasforma in un meraviglioso presente.

Articolo uscito su ” La Ragione

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