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CENT’ANNI DI PASOLINI


Nel 1972 Pasolini ha già percorso da eretico le strade della cultura italiana. Ha già scritto “Ragazzi di vita”, “Una vita violenta” e “Teorema”. Ha già superato denunce, processi e censure. Si rifugia nella sua amata Torre di Chia, la casa rifugio che lo stregò durante le riprese de “Il Vangelo secondo Matteo” e che dopo vari tentativi riuscì finalmente ad acquistare. In questa torre vicino a Bomarzo inizia a scrivere un libro che lo impegnerà per tutti gli ultimi anni della sua vita. Si chiama “Petrolio” ed è la summa di tutte le sue esperienze, di tutte le sue memorie.
All’amico Moravia scrisse: «Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli aspettava».
Un libro tormentato, disorganico, a tratti illeggibile, un romanzo non finito che apparve postumo, pubblicato da Einaudi soltanto 17 anni dopo. Diciassette anni di oblio per un romanzo che è un atto d’accusa ai tanti poteri che hanno influenzato il nostro Paese dal dopoguerra in poi. Nella storia dell’ingegnere torinese dell’Eni Carlo Valletti ci sono l’Italia del boom economico e dello stragismo nonché un personaggio che si sdoppia: da una parte l’arrivismo, l’ambizione, la bulimia del potere; dall’altra l’inconscio, la carnalità, la sessualità brutalmente esibita. È l’Italia schizofrenica che cerca disperatamente nuove trasformazioni sociali tra proletariato, criminalità, campagne violentate dall’urbanizzazione selvaggia.
A trent’anni dalla sua pubblicazione, “Petrolio” conserva intatto tutto il suo fascino profetico. Nella poesia “Me ne vado, ti lascio nella sera” Pasolini scrive: «È un brusio la vita». Dopo cent’anni continua a fare rumore.

Articolo uscito su ” La Ragione”

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