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IL TENNIS COME ESPERIENZA RELIGIOSA

IL TENNIS COME ESPERIENZA RELIGIOSA
Match Point di Allen si apre con un fermo immagine su una pallina da tennis, è sul nastro e deve solo decidere da quale parte cadere.
Il tennis è tutto su questa sospensione del tempo, in quei millesimi di secondo si gioca la vita, sono le ore regalate alla fatica, è il sudore che prova a prendersi qualche rivincita sul futuro.
Millesimi che possono cambiare il banale ordine cronologico dell’esistenza, sono le ore perse nella ricerca del colpo perfetto, è il silenzio eterno che passa tra lanciare la palla verso il cielo e colpirla, sono le trappole degli sguardi, che seguono speranzose le traiettorie e i luoghi dello stupore per un colpo inaspettato.
È il “non vi sento” di Berrettini gridato alla folla, è lo sguardo basso di Sinner dopo una sconfitta, che maledice la storia per qualche pausa di troppo.
Un’esperienza religiosa, come quella descritta da una delle menti migliori di tante generazioni: David Foster Wallace.
Giocatore semi professionista ha dedicato al tennis gran parte della sua vita e dei testi memorabili, il suo capolavoro Infinite Jest è ambientato in una prestigiosa Tennis Academy di Boston. Nel 2006 arriva a Wimbledon come corrispondente del New York Times per raccontare l’epica sfida tra Federer e Nadal, ne uscirà un lungo articolo per Play, l’inserto sportivo del Times: “Roger Federer come esperienza religiosa”, anche qui decostruisce il linguaggio per creare nuove voci, il dritto descritto come “una possente scudisciata liquida”, corpi che fluttuano sulla pagina cercando di superare i propri limiti, un capolavoro, anche per chi il tennis non lo frequenta.
Nel racconto “Tennis, trigonometria e tornado” racconta la sua infanzia sporcata dalla terra rossa “Io, che ero stato affettuosamente ribattezzato lumaca, perché ero una merda di lavativo negli allenamenti, individuavo la mia più grande dote tennistica in uno strano distacco robotico da qualsiasi avversità di vento e clima che non riuscissi a prevedere. Non vi dico quante partite di torneo ho vinto tra i dodici e i quindici anni con avversari più grandi, più veloci, più coordinati o meglio allenati semplicemente ribattendo palle centrali, senza alcuna fantasia, in mezzo a schizofreniche tempeste di vento, lasciando che l’altro ragazzino giocasse con più energia e più spavalderia, aspettando che un numero sufficiente di suoi colpi ambiziosi, curvassero o slittassero grazie al vento fuori dal campo verde e dalla striscia bianca, verso la cruda terra rossa che mi permetteva di realizzare uno squallido punto.”
Wallace riconosceva ai tennisti la capacità di conquistare “una concentrazione quasi ascetica, un unico obiettivo”
Sono passati 16 anni dal testo di quel meraviglioso articolo, Nadal ancora gioca, la palla di Wallace purtroppo non è caduta nella parte giusta del campo, le sue traiettorie mancano, tanto!

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