INTERVISTE

ECONOMIA SENTIMENTALE: PERCORSI INTERVISTA EDOARDO NESI

Appena arrivato in libreria l’ultimo, bellissimo libro, di Edoardo Nesi Economia Sentimentale” -La Nave di Teseo- http://www.lanavediteseo.eu/

Un libro carnale, tenero e feroce, un viaggio attraverso la pandemia, tra quello che siamo e ciò che potremmo diventare.

Il libro si apre con una bellissima lettera indirizzata a suo padre, c’è una vecchia intervista in cui Muhammad Ali racconta di un destro preso da Earnie Shavers, un pugno fortissimo.

In fondo la nostra è una continua lotta per non andare al tappeto, o più semplicemente per sopportare i colpi e rimettersi in piedi.

Quante volte è andato al tappeto, come si è rialzato?

Come tutti, mi son preso anch’io i miei cazzotti, e qualche volta sono andato giù, e ho imparato che a rialzarsi si impara. Da giovani è molto più difficile. C’è anche – io lo sentivo molto – il fascino dell’autocommiserazione, della gloria della sconfitta, a complicare le cose. Si sta giù perché ci garba star giù, perché è più facile dell’invocare la forza di rialzarsi. Invecchiando, questo fascino per fortuna svanisce, ma non diventa più facile rialzarsi. Se ne sente solo più forte l’impulso. E poi dipende dai cazzotti, certo, da quanto sono stati forti.

Economia Sentimentale potrebbe sembrare un ossimoro, il suo è viaggio dolce e doloroso sulle strade della pandemia, un percorso impervio, imprenditori, baristi, disoccupati lo attraversano con il timor panico di non vedere la fine, come è nato il suo libro?

Dall’ascolto, dallo sguardo, e dall’impossibilità di scrivere della pandemia mentre accade. La ricaduta economica del lockdown mi pareva invece molto interessante, e invece di mettermi a pontificare ho deciso di farmela raccontare sia da chi la subiva di più, sia da chi invece ne profittava.   

Houellebecq afferma che “Questo virus accelera la distruzione delle relazioni umane, non ci risveglieremo, dopo l’isolamento, in un nuovo mondo; sarà lo stesso, ma un po’ peggiore» di quello precedente.”

Mi pare di poter essere d’accordo. Il colpo alle relazioni umane è stato forte, e il poterci parlare via telefono o computer non cambia la sostanza dell’immenso problema di dover considerare pericolose la vicinanza, una stretta di mano, un abbraccio. Ce ne vorrà, credo, a tornare alle consuetudini di prima, almeno per chi non è giovane.

Antonio Moresco, nell’intervista rilasciata a Percorsi ci ha detto che sente in giro che “l’obiettivo è tornare alla normalità, mentre l’ultima cosa che dovrebbe succedere è di tornare a una simile normalità. A una normalità che ci ha reso così fragili, così impreparati a questo incontro ravvicinato con l’Altro e col “male”. Con le nostre strutture economiche, politiche, mentali, culturali, sociali che si stanno dimostrando del tutto non proporzionali con quanto sta succedendo alla specie umana. Mentre bisognerebbe ripensare tutto, reinventare tutto.”

La stessa cosa mi sembra pensino Enrico Giovannini e Livia Forth, due personaggi che ho intervistato nel libro. Non stavamo bene, prima, nel mondo, dicono. E mi pare abbiano ragione. C’è da capire come cambiare, in che direzione andare, e soprattutto accompagnati da chi.

Come andrà a finire secondo lei?

Mi commuoveva molto, all’inizio della pandemia, quell’ “Andrà tutto bene” scritto e disegnato e ripetuto dai bambini su quei cartelli multicolori. Mi commuove anche ora, forse perché non è andato tutto bene proprio per nulla, anzi. Finirà che il vaccino arriverà presto, e funzionerà. Voglio crederci. Devo crederci.

In Storia della mia gente ha raccontato in modo mirabile la rabbia, le radici, le sofferenze dell’industria e del lavoro, come è cambiata in questi anni “la sua gente” ´

I suoi problemi non sono cambiati. La sua tragedia sembra aver perso importanza, sciolta nel mare della disattenzione. In questo paese, del resto, le tragedie avvengono sempre fuori scena.  Curioso, e beffardo, come il lockdown e le chiusure, dopo l’impatto della globalizzazione, siano andate a pesare ancora una volta soprattutto su di loro.

Viviamo nel territorio della viralità, tutto è pubblico, tutto è condiviso, una continua ricerca di coccole per l’ego che corre il rischio di condannarci all’ipersemplificazione, quanto è difficile raccontare il presente?

Molto difficile, soprattutto se si vuol continuare a ripetere ciò che ogni secondo viene detto. Se si mira a spiegare senza approfondire. Se ci si accontenta di riecheggiare l’eterno chiacchiericcio della rete.

Se oggi è arduo narrare il presente risulta ancora più complesso immaginare quello che arriverà domani, quale la sua idea di Futuro?

È una domanda troppo grossa, e difficile. Ho scritto questo libro proprio per provare a rispondervi, e ho scoperto che un Futuro che valga per tutti non ci sarà. Saremo sempre più distinti, forse più soli.  

Quali libri le hanno stravolto l’esistenza, quando ha capito che sarebbe diventato uno scrittore?

Di libri importanti ce ne sono stati molti, certo. Più di tutti, però, Gatsby e Sotto il Vulcano. Ma anche i saggi di Joan Didion, i viaggi di Sebald, L’Età dell’Innocenza di Edith Wharton. Le poesie di Dylan Thomas. Tra gli italiani, i libri di Sandro Veronesi, maggio selvaggio di Albinati. Ma di certo ne scordo tanti. 

Ha attraversato anche le strade della politica, come giudica le scelte degli ultimi anni dei vari Governi?

L’impressione è che si governi un po’ a casaccio, più o meno. Renzi m’era garbato, soprattutto all’inizio.

Di Francesco Rosati

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