INTERVISTE

PERCORSI INTERVISTA ANTONIO MORESCO

DON CHISCIOTTE, FALLIMENTI, RISCHI, LABIRINTI, ROMANZI, COVID.

PERCORSI INTERVISTA ANTONIO MORESCO

È appena uscito il suo ultimo libro “Chisciotte”, un personaggio che ha amato molto e a cui ha dato nuova vita, un Chisciotte che porta le cicatrici del nostro tempo, un romanzo da consegnare a chi sente ancora il bisogno di sognare, a chi non si rassegna a immaginare una vita “dall’altra parte”

Sì, il mio Don Chisciotte è questo, è uno che allarga i limiti dei possibili.

Anche se può sembrare il più sconfitto degli uomini, è lui il vincitore. C’è, nelle teorizzazioni moderne e soprattutto novecentesche della letteratura, una sorta di culto della sconfitta, sembra che i libri più sono buoni e più non possano che essere dentro questo scacco, nel raccontare la perdita e la sconfitta. Non era così nel passato, non sì, aveva questa idea aprioristicamente perdente della letteratura (come di ogni altra cosa). Non credo che gli autori dell’Iliade, della Divina commedia, ma anche dei Fratelli Karamazov, di Guerra e pace, dei Miserabili ecc vivessero così il loro essere scrittori e poeti. E’ venuto il tempo di sbarazzarci di tanta zavorra ideologica moderna e novecentesca, di rompere questo specchio della realtà e della sua duplicazione teorica in cui siamo imprigionati e di passare dall’altra parte, come singoli e come specie.”

Lei è stato più volte rifiutato dagli editori, quanto è importante la gestione del fallimento nel percorso letterario (umano) di una persona?

Mi ricollego a quanto ho appena detto. La mia vita di scrittore, i miei esordi sono passati attraverso fallimenti e sconfitte e io di sicuro ho dovuto convivere con un simile prolungato rigetto. Ma anche adesso -che pure la mia situazione è cambiata- una consistente parte del mondo culturale italiano non mi ha ancora incontrato e accettato. Eppure mi pare, anche nei momenti più duri e più neri, di non avere mai introiettato questi verdetti. Forse la mia gestione del fallimento è stata -semplicemente- non accettarlo mai, non arrendermi mai.

http://antoniomoresco.semlibri.com/

Come costruisce le sue storie, quanti “Canti del caos” deve attraversare per arrivare a una conclusione?

Le immagini, i pensieri, le storie mi assalgono quando meno me lo aspetto e non mollano più la presa. Dopo di che, anche se non me ne accorgo, il mio cervello e il mio cuore cominciano a lavorarci sopra, finché, a un certo punto, mi trovo di fronte a qualcosa di grosso che non posso più scacciare. Sono come dei canti, dei canti del caos che cominciano a sussurrarmi qualcosa nelle orecchie e poi salgono sempre più di tono, finché non posso più non sentire la loro voce, e allora devo cantare anch’io con la stessa voce.

Ama il rischio, l’azzardo, nei suoi testi si percepisce la voglia di misurarsi con la complessità, di farsi del male, sembra di trovarsi sempre a ridosso di un terremoto

È così che vivo. L’avventura, il rischio, lo spingermi in zone non garantite e protette fanno parte del mio essere scrittore. A cosa serve altrimenti la letteratura? Per intrattenerci in attesa della nostra morte? Per crearci una piccola religione estetica separata? Per allestirci un posticino dove stare al calduccio? Pare anche a me di trovarmi sempre a ridosso di un terremoto, ma perché siamo -veramente- a ridosso di un terremoto.

Misurarsi con i suoi romanzi è come entrare in un immenso labirinto, molti sono i rimandi ai libri precedenti, mirabili le porte che si aprono in una commistione tra vita e morte che sembra non esaurirsi, ha mai attraversato uno stato di quiete?

Non lo so se ho mai attraversato degli stati di quiete, non mi pare. Come si fa a stare in quiete mentre i nostri corpi continuano a bruciare, come le stelle, le nostre cellule continuano a duplicarsi e a morire, la nostra mente a fantasticare e a soffrire, il nostro cuore a palpitare e a sognare…? Mi pare di avere provato dei brevi momenti di quiete mentre camminavo da solo, di notte, mentre stavo seduto sui gradini del Duomo di Milano con una lattina di birra in mano, mentre percorrevo a piedi mille chilometri e a fine tappa mi gettavo a dormire per terra sfinito. E, ancora, dopo essermi abbandonato con tutto me stesso all’amore.

Nei suoi romanzi le trame spesso si distruggono per rinascere in nuove forme, una sorta di palingenesi esistenziale, come tra trascorrendo questo periodo?

Questo è per me un periodo tumultuoso ma anche esordico. Lo sto trascorrendo spostandomi qua e là, perché è avvenuto un terremoto anche nella mia vita. Devo mettere su casa, risolvere tutta una serie di problemi come se avessi vent’anni, trent’anni, e invece ne ho 120!

Distanziamento, mascherine, timor-panico, come usciremo secondo lei da questa pandemia?

Non lo so. Sento in giro che l’obiettivo è tornare alla normalità, mentre l’ultima cosa che dovrebbe succedere è di tornare a una simile normalità. A una normalità che ci ha reso così fragili, così impreparati a questo incontro ravvicinato con l’Altro e col “male”.

Con le nostre strutture economiche, politiche, mentali, culturali, sociali che si stanno dimostrando del tutto non proporzionali con quanto sta succedendo alla specie umana. Mentre bisognerebbe ripensare tutto, reinventare tutto.

Quali libri le hanno stravolto l’esistenza, quando ha capito che sarebbe diventato uno scrittore?

Sono tanti i libri e gli autori che hanno fatto irruzione nella mia vita, che ci hanno aggiunto qualcosa e non si sono fatti dimenticare, in vari periodi, prima dei vent’anni, dopo i trent’anni, dopo i cinquanta. Ne nomino una piccola parte: L’antico Testamento, i Vangeli, Omero, Dante, Leopardi, Don Chisciotte, Moby Dick, Dostoevskij, Kafka, la Dickinson, Murasaki… Ho capito che sarei diventato uno scrittore a trent’anni, dopo dieci anni deragliati e randagi, che quella era per me questione di vita o di morte, che quello era il filo rosso della mia vita e che -a differenza di ciò che avevo fatto a vent’anni-  non lo avrei più rinnegato e spezzato.

Di Francesco Rosati

LEGGI LE ALTRE INTERVISTE DI PERCORSI

Leave a Reply

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.