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    ELOGIO DEL TEMPO IMPERFETTO

    Non è arrogante come l’imperativo, definitivo e senza speranza come il passato remoto, lontano e quasi condannato all’oblio come il trapassato. È l’imperfetto, quello che Umberto Eco definiva un tempo durativo e spesso iterativo. È il tempo di quell’azione che non si è ancora pienamente compiuta, un tempo affascinante in cui si perdono i confini del tempo.
    Nel suo capolavoro “Sylvie” Gérard De Nerval ne fa un uso bulimico. Nei primi cinque paragrafi, sulle sessanta forme verbali usate cinquantatré sono imperfetti. Questo meraviglioso racconto, tanto amato dallo stesso Eco, presenta un intreccio senza fabula: c’è un giovane intellettuale parigino innamorato di un’attrice e i ricordi volano tra balli, teatri, amicizie, altre donne (eteree e irraggiungibili), vecchi amori da cui tornare per non subire gli oltraggi del tempo. In questo tempo perduto è proprio l’uso dell’imperfetto che si consacra a quello che Eco definisce «effetto nebbia», uno spaesamento simile a «quella soglia mattutina in cui ci si risveglia lentamente, e si confondono le prime riflessioni coscienti con gli ultimi bagliori onirici».
    Un tempo meraviglioso l’imperfetto, da molte grammatiche ignorato o colpevolmente sottovalutato: per gli inglesi non esiste, i tedeschi lo trattano come il passato remoto. Sembra un insulto, qualcosa da colmare, una piccola imperfezione da trattare con cura, una parentesi tra ciò che è stato e ciò che potrebbe ancora accadere. La grammatica russa ha pochissimi tempi, distingue solo tra perfettivo e imperfettivo. In questo universo magico ogni verbo può essere declinato, con questo del «doman non v’è certezza» sono state scritte tra le più belle pagine della letteratura mondiale.
    Un tempo narrativo, l’imperfetto, che Marcel Proust definiva come un tempo crudele che «ci presenta la vita come qualcosa di effimero e passivo, che al momento stesso in cui rievoca le nostre azioni le marchia di illusione, le annienta nel passato senza lasciarci, come il passato remoto, la consolazione dell’attività». L’autore de la “Recherche” si riferiva alla scrittura di Gustave Flaubert ma in realtà riguarda tutti noi, che ci portiamo dietro una congerie di azioni non portate a termine, attimi che si sono svolti e che forse ritorneranno.
    Magari il nostro imperfetto si trasforma in un meraviglioso presente.

    Articolo uscito su ” La Ragione

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    PER AVERE SUCCESSO “NON LEGGETE LIBRI, FATEVELI RACCONTARE”

    Il Capolavoro di Bianciardi torna in libreria

    “Il genio, diceva Oreste del Buono, è inutile, ingombrante nella nostra stupida società. Magari dannoso, perché non rispetta il sacro dei luoghi comuni, di destra e di sinistra.”
    Se davvero esiste la categoria dell’intellettuale dannoso, irreverente, provocatorio, un posto d’onore spetta di diritto a Luciano Bianciardi.
    Toscanaccio anarcoide, nasce a Grosseto nel 1922. Consuma gli anni della giovinezza tra guerra, un posto da professore di filosofia e l’incarico di Direttore della Biblioteca Chiellana di Grosseto, qui lancia un progetto che oggi verrebbe venduto come originale e santificato via social, il “Bibliobus”, un furgone che portava i libri nelle campagne.
    Nel 1954 scende da un treno alla stazione di Milano, sta per nascere la casa editrice Feltrinelli, una bella sfida per un divoratore di libri.
    L’esperienza durerà poco, conformismo e orari di lavoro non lo esaltano, si lasceranno con reciproca soddisfazione.
    Traduttore indefesso (120 libri in 18 anni) passa alla scrittura, con il suo capolavoro ” La vita agra” schernisce l’Italia del boom economico.
    Il libro vende, tanto, agro diventa un aggettivo modaiolo, ” invece di mandarmi via da Milano a calci nel culo, come meritavo, mi invitano a casa loro, finirà che mi daranno uno stipendio per fare l’arrabbiato”
    Per Bianciardi il successo è solo ” il participio passato di succedere” rifiuta una collaborazione fissa con il Corriere della Sera di Indro Montanelli, troppo borghese per chi voleva solo fare il guastafeste.
    Nel 1967 pubblica sul settimanale ” ABC” un piccolo gioiello che sembra scritto oggi ” Non leggete libri, fateveli raccontare”. Ripubblicato in questi giorni da Neri Pozza, con una godibilissima introduzione di Pino Corrias (già autore di “Vita agra di un anarchico-Feltrinelli) è un caustico manuale dedicato ai giovani che vogliano percorrere la gloriosa carriera dell’intellettuale, c’è solo un piccolo requisito da rispettare: che siano totalmente privi di talento.
    6 lezioni, per chi non solo non sa scrivere ma non ne ha neanche voglia, un pratico pamphlet per chi ha un solo desiderio: quello di arrivare, per chi non si rassegna a passare la vita dietro uno sportello di qualche ufficio periferico.
    Consigli pratici, tipo frequentare corsi universitari nuovi, indefiniti ma reputati seri e originali, tenersi sempre sul vago, presentarsi sempre scattanti e riposati, usare le segretarie degli altri e soprattutto mai formarsi, perché basta informarsi
    Per fare carriera meglio non leggere libri, meglio farseli raccontare. Una lezione che i giovani ego-social patici hanno introiettato, ma tanto non lo sanno

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    CENT’ANNI DI PASOLINI


    Nel 1972 Pasolini ha già percorso da eretico le strade della cultura italiana. Ha già scritto “Ragazzi di vita”, “Una vita violenta” e “Teorema”. Ha già superato denunce, processi e censure. Si rifugia nella sua amata Torre di Chia, la casa rifugio che lo stregò durante le riprese de “Il Vangelo secondo Matteo” e che dopo vari tentativi riuscì finalmente ad acquistare. In questa torre vicino a Bomarzo inizia a scrivere un libro che lo impegnerà per tutti gli ultimi anni della sua vita. Si chiama “Petrolio” ed è la summa di tutte le sue esperienze, di tutte le sue memorie.
    All’amico Moravia scrisse: «Questo romanzo non serve più molto alla mia vita (come sono i romanzi o le poesie che si scrivono da giovani), non è un proclama, ehi, uomini! io esisto, ma il preambolo di un testamento, la testimonianza di quel poco di sapere che uno ha accumulato, ed è completamente diverso da quello che egli aspettava».
    Un libro tormentato, disorganico, a tratti illeggibile, un romanzo non finito che apparve postumo, pubblicato da Einaudi soltanto 17 anni dopo. Diciassette anni di oblio per un romanzo che è un atto d’accusa ai tanti poteri che hanno influenzato il nostro Paese dal dopoguerra in poi. Nella storia dell’ingegnere torinese dell’Eni Carlo Valletti ci sono l’Italia del boom economico e dello stragismo nonché un personaggio che si sdoppia: da una parte l’arrivismo, l’ambizione, la bulimia del potere; dall’altra l’inconscio, la carnalità, la sessualità brutalmente esibita. È l’Italia schizofrenica che cerca disperatamente nuove trasformazioni sociali tra proletariato, criminalità, campagne violentate dall’urbanizzazione selvaggia.
    A trent’anni dalla sua pubblicazione, “Petrolio” conserva intatto tutto il suo fascino profetico. Nella poesia “Me ne vado, ti lascio nella sera” Pasolini scrive: «È un brusio la vita». Dopo cent’anni continua a fare rumore.

    Articolo uscito su ” La Ragione”

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    IL TENNIS COME ESPERIENZA RELIGIOSA

    IL TENNIS COME ESPERIENZA RELIGIOSA
    Match Point di Allen si apre con un fermo immagine su una pallina da tennis, è sul nastro e deve solo decidere da quale parte cadere.
    Il tennis è tutto su questa sospensione del tempo, in quei millesimi di secondo si gioca la vita, sono le ore regalate alla fatica, è il sudore che prova a prendersi qualche rivincita sul futuro.
    Millesimi che possono cambiare il banale ordine cronologico dell’esistenza, sono le ore perse nella ricerca del colpo perfetto, è il silenzio eterno che passa tra lanciare la palla verso il cielo e colpirla, sono le trappole degli sguardi, che seguono speranzose le traiettorie e i luoghi dello stupore per un colpo inaspettato.
    È il “non vi sento” di Berrettini gridato alla folla, è lo sguardo basso di Sinner dopo una sconfitta, che maledice la storia per qualche pausa di troppo.
    Un’esperienza religiosa, come quella descritta da una delle menti migliori di tante generazioni: David Foster Wallace.
    Giocatore semi professionista ha dedicato al tennis gran parte della sua vita e dei testi memorabili, il suo capolavoro Infinite Jest è ambientato in una prestigiosa Tennis Academy di Boston. Nel 2006 arriva a Wimbledon come corrispondente del New York Times per raccontare l’epica sfida tra Federer e Nadal, ne uscirà un lungo articolo per Play, l’inserto sportivo del Times: “Roger Federer come esperienza religiosa”, anche qui decostruisce il linguaggio per creare nuove voci, il dritto descritto come “una possente scudisciata liquida”, corpi che fluttuano sulla pagina cercando di superare i propri limiti, un capolavoro, anche per chi il tennis non lo frequenta.
    Nel racconto “Tennis, trigonometria e tornado” racconta la sua infanzia sporcata dalla terra rossa “Io, che ero stato affettuosamente ribattezzato lumaca, perché ero una merda di lavativo negli allenamenti, individuavo la mia più grande dote tennistica in uno strano distacco robotico da qualsiasi avversità di vento e clima che non riuscissi a prevedere. Non vi dico quante partite di torneo ho vinto tra i dodici e i quindici anni con avversari più grandi, più veloci, più coordinati o meglio allenati semplicemente ribattendo palle centrali, senza alcuna fantasia, in mezzo a schizofreniche tempeste di vento, lasciando che l’altro ragazzino giocasse con più energia e più spavalderia, aspettando che un numero sufficiente di suoi colpi ambiziosi, curvassero o slittassero grazie al vento fuori dal campo verde e dalla striscia bianca, verso la cruda terra rossa che mi permetteva di realizzare uno squallido punto.”
    Wallace riconosceva ai tennisti la capacità di conquistare “una concentrazione quasi ascetica, un unico obiettivo”
    Sono passati 16 anni dal testo di quel meraviglioso articolo, Nadal ancora gioca, la palla di Wallace purtroppo non è caduta nella parte giusta del campo, le sue traiettorie mancano, tanto!

  • STORIE

    REGALI DI NATALE FANTASIOSI

    Il teologo francese Henri De Lubac scrisse che la vita «è sempre trionfo dell’improbabile e miracolo dell’imprevisto». Ogni anno a Natale vengono spedite milioni di lettere ad alto tasso glicemico: c’è chi si accontenta della rituale lista delle buone intenzioni e chi invece su quel foglio inventa mondi fantastici. Come J. R. R. Tolkien, che per oltre vent’anni ogni 25 dicembre fece arrivare direttamente dal Polo Nord una busta ai suoi quattro figli John, Michael, Christopher e Priscilla. All’interno dei bellissimi disegni con inchiostri colorati e una firma prestigiosa, quella di Babbo Natale. Orsi bianchi, renne, lune che si rompono in mille pezzi, goblin che combattono guerre appassionate, elfi, animali parlanti e gnomi rossi: un meraviglioso universo inventato il 22 dicembre del 1920 per il primogenito John. Da semplici bigliettini, le lettere si trasformeranno negli anni in autentici racconti, fino al 1943, con l’ultima lettera indirizzata all’ultima figlia, la quattordicenne Priscilla.
    Se proprio non si riesce a sviluppare la fantasia del geniale autore de “Il Signore degli Anelli” si può sempre puntare sulla generosità. Nel 1949 Harper Lee si trasferì a New York per inseguire il suo sogno di diventare una grande scrittrice. Per diversi anni la vita le regalò invece soltanto malinconia: la famiglia era lontana, il lavoro drammaticamente deludente e il sogno della scrittura un Eden ancora tutto da conquistare. La mattina di Natale del 1956 i suoi amici le fecero però trovare sotto l’albero un regalo in grado di cambiarle la vita: l’equivalente di un anno di stipendio, che le avrebbe consentito finalmente di scrivere senza ansie e distrazioni. Potrà così concepire il capolavoro “Il buio oltre la siepe”: 30 milioni di copie vendute e un Premio Pulitzer. In fondo, come disse Benjamin Disraeli, due volte primo ministro del Regno Unito, «il regalo più grande che puoi fare a un altro non è condividere le tue ricchezze, ma fargli scoprire le sue».

    Articolo uscito su La Ragione

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    L’UOMO CHE VOLÒ SUL NIDO DEL CUCULO

    Vent’anni senza Ken Kesey
    L’uomo che volò sul nido del cuculo

    L’America degli anni Cinquanta esce dalla guerra gridando al mondo la propria volontà di potenza. È il Paese delle contraddizioni: sono gli anni del boom economico ma anche
    quelli della segregazione razziale. In un piccolo paese del Colorado vive un giovane
    ragazzo: è una promessa della lotta, il suo futuro sembra segnato. Si avverte, neanche
    troppo lontano, l’eco di futuri applausi e di qualche gloria da regalare al proprio ego. Poi
    una spalla si rompe e il destino si prende qualche assurda rivincita su speranza e
    successo. Una storia banale, identica a quelle di centinaia di futuri campioni bruciati dalla
    nequizia del caso. Ma niente depressione: il ragazzo, figlio di contadini, è forte e sa
    riconoscere il valore della sconfitta, del dolore, dell’occasione perduta.
    Ken Kesey inizia a frequentare la scuola di giornalismo dell’Università dell’Oregon e si
    laurea nel 1957. Scrive racconti. Il primo, “Zoo”, è un testo su una comunità beat ; il
    secondo, “End of Autumn”, un classico romanzo di formazione. Non saranno mai
    pubblicati: il talento si vede ma ancora non basta. Continua a scrivere ma intanto, per
    guadagnarsi da vivere, lavora all’ospedale per veterani di Menlo Park.
    Questa esperienza gli cambierà la vita. Decide di prendere parte, come volontario, a uno
    studio della Cia sugli effetti sulla mente umana delle sostanze psicoattive. Proverà Lsd,
    mescalina, cocaina. Nel 1962, rielaborando gli incontri con i pazienti dell’ospedale, scrive il
    suo primo romanzo: è ambientato in un ospedale psichiatrico dell’Oregon tra inguaribili malati segregati dalla perfida ‘Grande infermiera’ e un ribelle irlandese che cerca di risvegliarli dal torpore delle terapie. Il libro si chiama “Qualcuno volò sul nido del cuculo” e il suo successo è clamoroso. Kesey abbandona Stanford e si trasferisce nella cittadina californiana di La Honda.
    Qui inizia la seconda parte della sua vita, da film americano. Diventa un guru, trascorre le
    giornate tra scrittura e organizzazione di acid test , interminabili serate di sperimentazione a
    base di Lsd. Nel 1964 pubblica “Sometimes a Great Notion” e per il lancio del libro attraversa gli Stati Uniti su uno scuolabus insieme a un gruppo di amici. Si fanno chiamare “i Marry Pranksters” e arrivano a New York dopo ore di sperimentazioni lisergiche e artistiche. A guidare è lo scrittore Neal Cassady. Kesey passa le serate con Kerouac , AllenGinsberg e Timothy Leary . Viene arrestato per possesso di marijuana. Dopo mille peripezie, un finto suicidio per seminare la polizia, la fuga in Messico e cinque mesi di carcere decide di tornarsene in Oregon. Morirà di tumore il 10 novembre 2001.

    Articolo uscito su ” La Ragione”

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    POCHE E INTROVABILI: ANCHE TRA LE STATUE NON ESISTE PARITÀ DI GENERE

    POCHE E INTROVABILI: ANCHE TRA LE STATUE NON ESISTE PARITA’ DI GENERE

    Probabilmente sarà perché, come sostiene lo storico Alessandro Barbero, sono poco spavalde e insicure ma se il successo delle donne sul lavoro non raggiunge ancora risultati socialmente accettabili non va meglio con il riconoscimento postumo.
    L’associazione “Mi riconosci”, che dal 2015 raggruppa i professionisti dei beni culturali, ha censito i monumenti italiani dedicati alla figura femminile.
    Risultato? Uno spazio androcentrico con solo 148 statue dedicate alle donne, collocate in posti anonimi e difficilmente individuabili.
    Quasi inesistenti nelle maggiori città italiane: mettendo insieme infatti Roma, Napoli, Milano, Torino, Firenze, Bologna, Bari, Palermo, Cagliari e Venezia, arriviamo a un totale di 20 di cui solo 8 sono vere e proprie statue o monumenti figurati. Dei 148 monumenti e statue censiti, solo il 36% è collocato in una piazza; il restante si trova agli incroci o ai lati di strade o nei parchi. Il 14% sono busti, il 4% fontane, il 2% gruppi che vedono anche la presenza di uomini o bambini.
    Dall’indagine inoltre emerge che le donne ricordate per meriti che non siano sacrificio o cura sono pochissime, 60 sono figure anonime collettive: il 12,5% rappresenta partigiane, il 70% professioni particolarmente faticose sul piano fisico, come mondine o lavandaie. Del tutto assenti impiegate e scienziate.
    La situazione non migliora per quanto riguarda gli esecutori delle opere, solo il 5% è realizzato da donne, rappresentate tra l’altro spesso in maniera stereotipata, con atteggiamenti sensuali e dettagli leziosi, col risultato che il soggetto ritratto sia spesso svilito.
    L’Associazione continuerà a raccogliere segnalazioni, con la pubblicazione sul proprio sito, di una mappa interattiva con tutti i monumenti femminili presenti in Italia.
    Insomma, citando il manifesto dadaista “C’è un gran lavoro distruttivo da compere”, chissà se dalle macerie non possa rinascere una parità di genere anche tra le statue.

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    ANCHE I FIGLI DEI MILIARDARI PIANGONO

    Fin dall’antichità i pontefici romani iniziarono a favorire i propri familiari, indipendentemente dai loro meriti.
    Martino V favorì i Colonna, Callisto III i Borgia, fino ad arrivare ad Alessandro VI che sostenne con ogni mezzo i propri figli Leone X e Clemente VII.
    Col nepotismo però ci si è giocato un po’ troppo, Alberico III arrivò a corrompere una pletora di persone dell’Impero Romano per far eleggere suo figlio, passato alla storia come Benedetto IX, eletto Papa a un’età compresa tra gli 11 e i 20 anni.
    Pratica che ha affascinato anche le generazioni successive, per decenni la nostra società ha messo al mondo figli nati esclusivamente per dilapidare gli enormi patrimoni dei loro genitori, solenni dinastie si sono sgretolate nel passaggio generazionale, marchi storici non hanno retto all’astenia dei compassati eredi.
    Rampolli consacrati alla teoria del tutto e subito, con carte di credito piene e un estratto conto esistenziale in cui il talento non è mai contemplato, la fatica nemmeno.
    Il futuro però sembra riservare a questi giovani pieni solo di buone intenzioni qualche sacrificio in più.
    Sono sempre più numerosi, infatti, i miliardari che hanno deciso di non lasciare nulla ai propri figli. L’ultimo è l’ex campione dell’Nba Shaquille O’Neal, un patrimonio di oltre 400 milioni di dollari, che ha dichiarato nel podcast “Earn Your Leisure” che non darà nulla ai propri eredi perché “Sono io quello ricco, non loro”
    Bill Gates, Warren Buffet, Simon Cowell, Sting, Gordon Ramsay, sono sempre più numerose le star che hanno deciso di destinare gran parte del loro patrimonio a organizzazioni filantropiche.
    “Non ho altro da offrire che sangue, fatica, lacrime e sudore” disse Winston Churchill
    Al momento I figli sembrano non apprezzare, in attesa di trovare da soli la propria strada meglio farsi un ultimo giro in Ferrari

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    SORRENTINO: L’UOMO IN PIÙ DEL CINEMA ITALIANO

    Nel 2001 Mark Zuckerberg non aveva ancora inventato Facebook, Silvio Berlusconi era da poco diventato presidente del Consiglio nel cinquantesimo esecutivo della Repubblica italiana e al Festival di Venezia presieduto da Nanni Moretti trionfava “Monsoon Wedding” di Mira Nair. Nella sezione Cinema del presente, Paolo Sorrentino aveva presentato il suo primo film: “L’uomo in più”. Girato in nove settimane, narra la caduta di due Pisapia. Il primo è Antonio, un calciatore talentuoso che dopo un infortunio perde tutto: successo, moglie, soldi. Gli rimangono solo le tante ossessioni che lo porteranno al suicidio. Il secondo è Tony, un cantante cocainomane che ha vissuto momenti di gloria. Arrestato per aver fatto sesso con una minorenne, viene prosciolto ma ormai è un reietto. Dopo un ultimo concerto in un piccolo paesino abruzzese, davanti a poche persone e tanti sbadigli, torna a Napoli e incontra in un mercato l’omonimo Antonio, che decide di vendicare uccidendo il presidente che gli aveva rifiutato il contratto.

    Il film è ambientato in una Napoli anni Ottanta che non è quella cantata da Pino Daniele e si diverte con Massimo Troisi, genuflettendosi di fronte al semidio Maradona. Una Napoli senza sole e senza gioia, nella quale successo e oblio giocano una partita perversa in cui il pareggio non è contemplato. La pellicola ottiene buone critiche ma incassa solo 180 milioni di lire. Viene tolta dalle sale e si avvia verso la sconfitta. Quando però nel 2004 Sorrentino porta al festival di Cannes “Le conseguenze dell’amore”, il produttore Nicola Giuliano chiama Mediaset e chiede di riportare in sala “L’uomo in più”. Il tiro è quello giusto e la partita cambia. Da quel momento arriveranno tanti film e molti applausi: “L’amico di famiglia, “Il Divo”, “This Must be the Place”, “La grande bellezza” (premio Oscar), “Youth”, “Loro”.

    Dopo vent’anni il regista ritorna a Venezia con il film più intimo, personale e sofferto: “È stata la mano di Dio”. Siamo sempre negli anni Ottanta, Napoli è nuovamente il luogo della rappresentazione, qui però si narrano i ricordi. Il protagonista, Fabietto, è un giovane che cerca disperatamente la propria porzione di mondo e al quale due eventi cambieranno la vita: l’arrivo di Maradona e la perdita dei genitori. Decimo lungometraggio per Sorrentino, 10 come il numero di Maradona, il ‘divino’ che non è riuscito a dribblare i problemi con la cocaina ma che ha salvato la vita al regista napoletano. Il 5 aprile 1987, mentre si preparava per la trasferta Empoli-Napoli i suoi genitori morirono per una fuga di gas nella loro casa di Roccaraso. Sorrentino doveva essere con loro. La ‘mano di Dio’ gli ha regalato la vittoria più importante, quella con la vita. Un dolore che lo segnerà per sempre. Alcuni anni dopo, a cinque esami dalla laurea in Economia e Commercio interromperà gli studi e salirà su un treno per Roma. Quello che è successo dopo lo conosciamo tutti: è diventato l’uomo in più del cinema italiano.

    Ne “La grande bellezza” il protagonista Jep Gambardella a un certo punto dice: «È così triste essere bravi, si rischia di diventare abili».  Ecco, Sorrentino si è accontentato di rimanere bravo e la candidatura di “È stata la mano di Dio” nella selezione degli Oscar per il miglior film internazionale dimostra ancora una volta che quel treno, fortunatamente, è arrivato in orario.

    Articolo uscito su La Ragione

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    PROIETTI: UN GRANDE ARTISTA CHE NON PIACEVA AGLI INTELLETTUALI

    In una celebre poesia Majakovskij inorridiva al pensiero di un monumento eretto in suo onore “Ho in odio ogni sorta di vecchiume, adoro ogni sorta di vita”
    Un monumento da vivo che invece avrebbe meritato Gigi Proietti, un grande artista, dimenticato dal cinema, poco coccolato dal teatro istituzionale, spesso deriso dalla critica colta.
    E’ già passato un anno da quel maledetto 2 novembre quando, con l’ultimo sberleffo, nel giorno dei Morti si prendeva, ancora una volta, gioco della vita
    Non servono i tanti applausi senza rumore, i panegirici studiati a favore di telecamera, le lacrime interpretate con le giuste pause, i retorici maestro, genio, riempiti da sbadigli compiacenti.
    Se esiste qualcosa oltre il sipario sarà possibile vedere il sorriso ironico di Proietti verso quei tanti finti intellettuali che lo denigravano, quelli che in pubblico citano sempre Sartre, Camus e Marcel Proust anche se non ne hanno mai letto una riga, quelli che lo definivano solo un bravo barzellettiere.
    Sono sicuro che guardandoli il buon Proietti avrebbe chiuso il discorso con la sua citazione colta “Nun me rompe er ca..”